L’Isis si rafforza nella Sirte, jihadisti da Iraq e Siria

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IL CAIRO. – La Libia, nuovo Eldorado dell’Isis: l’incubo paventato dai servizi di intelligence occidentali sembra dunque avverarsi. L’Onu stima che i mujaheddin giunti in Nordafrica siano 2-3.000, mentre fonti concordanti locali hanno infatti riferito “dell’arrivo a Sirte di vari combattenti, tra cui alcuni ‘leader’ dello Stato islamico, provenienti dall’Iraq e dalla Siria”.

I jihadisti, secondo le fonti, “partiti da Raqqa a bordo di imbarcazioni, sarebbero giunti tre giorni fa sulle coste libiche, eludendo la sorveglianza della guardia costiera”. Ma i rinforzi ai fondamentalisti sarebbero arrivati anche dal sud desertico – da Mali, Ciad e Nigeria – con “una quarantina di Boko Haram”, pronti a immolarsi per realizzare i folli proclami del ‘Califfo’.

Un quadro a dir poco preoccupante. Secondo gli esperti citati nel rapporto delle Nazioni Unite, lo Stato islamico è solo uno degli attori fra le molteplici fazioni in guerra in Libia e starebbe anche incontrando “forte resistenza da parte della popolazione e difficoltà nella costruzione e nel mantenimento di alleanze locali”.

Sicuramente, però, in questo momento i militanti del califfo Abu Bakr al Baghdadi stanno beneficiando della notorietà del gruppo in Iraq e in Siria, e pongono “una minaccia evidente nel breve e nel lungo termine in Libia”.

Sulla possibilità di un intervento militare internazionale in Libia è sceso in campo oggi Matteo Renzi: “Non è un tema all’ordine del giorno, almeno per il momento”, ha detto il premier. “Il governo italiano sta cercando di costruire le condizioni perché Roma possa ospitare un evento sulla Libia come quello a Vienna sulla Siria”. Ore prima il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aveva escluso una nuova missione.

Il dossier libico e la minaccia rappresentata dall’Isis sono stati al centro anche del vertice ad Algeri dei Paesi confinanti. L’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Martin Kobler, ha chiesto conto dei “progressi concreti per stabilizzare la Libia”, invitando poi a “firmare l’accordo per creare subito un nuovo governo di unità”, mentre le tribù del sud del Paese, i Tebu e i Tuareg, hanno aperto a un accordo della missione Onu per formare un esecutivo di riconciliazione.

Approfittando dell’instabilità politica e in assenza di un governo centrale, ma anche per la vastità del suo territorio in gran parte disabitato, i terroristi del Califfo, forti di oltre circa 5.000 combattenti, controllano oramai una vasta porzione a est della Libia – oltre 250 chilometri di costa – con l’obiettivo di estendere il loro raggio d’azione fino alla mezzaluna petrolifera tra Sirte e Bengasi.

Dei rinforzi in Libia con combattenti provenienti dalla Siria e dall’Iraq e della possibilità che Sirte si trasformi nella nuova Raqqa avevano parlato nei giorni scorsi gli 007 occidentali, preoccupati che la città nel nord-est della Libia possa diventare la nuova ‘capitale’ dello Stato islamico, proprio a due passi dall’Europa.

Da mesi l’organizzazione riceve sostegno da miliziani, terroristi, jihadisti e combattenti provenienti da diversi Paesi del Sahel oltre ai foreign fighter. Già a settembre il sito di informazione Alwasat aveva parlato della creazione da parte dell’Isis di un nuovo campo di addestramento nella regione di El Zahira, a 15 km a ovest di Sirte, la cui direzione era stata affidata a combattenti iracheni e sauditi e al cui interno militavano anche i nigeriani di Boko Haram.

E la tensione, oltre che a Sirte, è altissima anche a Bengasi, dove le autorità hanno chiesto agli abitanti di evitare i luoghi pubblici per il timore di lanci di missili e razzi da parte dei terroristi. E a Tripoli un membro del parlamento di Tobruk (quello riconosciuto dalla comunità internazionale) è stato sequestrato da uomini armati, forse a scopo di estorsione. Ma tutte le piste restano aperte.

(di Giuseppe Maria Laudani/ANSA)