Brasile: un gigante in crisi economica, etica e politica

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SAN PAOLO. – Il Brasile si scopre improvvisamente un gigante dai piedi d’argilla: attanagliato da una grave crisi economica, etica e politica. Tutti i parametri economici sono negativi, la presidente è ormai una ‘anatra zoppa’, alle prese con una richiesta di impeachment, mentre gli scandali di corruzione hanno portato in carcere politici di tutto l’arco costituzionale con la conseguenza di paralizzare l’attività parlamentare.

La richiesta di messa in stato di accusa nei confronti della presidente di sinistra Dilma Rousseff sembra essere più una vendetta politica, ma è anche l’ultimo atto di un declino che sta portando la principale economia sudamericana verso la sua peggiore recessione dagli anni Trenta.

La crisi morde: il Pil dovrebbe registrare a fine anno una flessione del 3,4%, l’inflazione ha ormai superato il 10,5%, i consumi sono scesi dell’1,5% nell’ultimo trimestre, il settore industriale ha fatto segnare una contrazione dell’1,3% e quello dell’agricoltura, uno dei settori trainanti, del 2,4%.

La magistratura, tradizionalmente timorosa nel perseguire politici e imprenditori, ha invece imparato la lezione del pool di Mani Pulite, al quale Sergio Moro, il magistrato simbolo dell’inchiesta denominata ‘Autolavaggio’ ha ammesso di ispirarsi, e sta riempiendo le carceri di politici, faccendieri, manager pubblici e privati, accusati di essersi spartiti per almeno un decennio gli appalti e le mazzette elargiti dal colosso petrolifero statale Petrobras.

Quattro anni fa, poco dopo la sua prima elezione, l’ex guerrigliera marxista di origini bulgare, imprigionata e torturata durante la dittatura militare, poteva contare su un indice di gradimento al di sopra dell’80%, il più alto mai ottenuto da un presidente brasiliano.

E, soprattutto, sulla cospicua eredità del suo predecessore e mentore politico, Luiz Inacio Lula da Silva, che negli anni del boom economico con crescita a doppia cifra era riuscito a realizzare un discreto welfare sociale e a ridurre fortemente l’endemica diseguaglianza grazie a massicci investimenti pubblici in programmi sociali.

In quattro anni, complice anche la crisi globale, Dilma è stata capace di dissipare l’eredità di Lula e di far precipitare il proprio indice di gradimento a una cifra. La presidente ha adottato politiche economiche fallimentari, ha dissanguato le casse pubbliche per costruire stadi faraonici per il disastroso mondiale di calcio del 2014, anziché realizzare le promesse infrastrutture.

Ha nascosto finché ha potuto i dati reali della crisi e ha sperperato le riserve in dollari per tentare di frenare la caduta libera del real, che in un anno ha perso la metà del proprio valore. Nonostante ciò, la presidente è riuscita a farsi rieleggere a un secondo mandato lo scorso ottobre, seppure con un margine risicato.

Alle ultime presidenziali l’elettorato brasiliano è risultato sempre più polarizzato, tra il nord-est povero e arretrato, che ha creduto alle promesse di Dilma di proseguire i programmi sociali di Lula, e il sud ricco e sviluppato che chiedeva un cambiamento.

La partita ora è nelle mani del parlamento, che dovrà decidere se Dilma dovrà farsi da parte, come capitò a Fernando Collor de Mello nel 1992, oppure potrà governare per altri tre anni e tentare di raddrizzare le sorti del Brasile.

Dilma ha riconosciuto di avere un caratteraccio ma ha negato nel modo più categorico di essere una ladra. E questo glielo hanno riconosciuto anche alcuni avversari. Tanto che molti in Brasile sono pronti a scommettere che la procedura d’impeachment contro Dilma durerà più a lungo del mandato del suo accusatore, il presidente della Camera, Eduardo Cunha, coinvolto nello scandalo di mazzette di Petrobras e accusato di aver costituito capitali illeciti in Svizzera.

(di Marco Brancaccia/ANSA)

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