Dopo le elezioni politiche, in Venezuela nasce una nuova maggioranza

Pubblicato il 07 dicembre 2015 da redazione

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CARACAS. – Psuv 46 deputati, Mud 99. Risultato provvisorio. Infatti, devono essere assegnati ancora 22 scanni in Parlamento. In alcune circoscrizioni e località gli scrutini, al momento del primo bollettino del Cne, erano ancora in pieno svolgimento. E l’equilibrio tra i candidati non permetteva di individuare un vincitore.

Dopo 17 anni di dominio indiscusso, il “chavismo”, obbligato dalle circostanze, tira i remi in barca e consegna il Parlamento all’Opposizione. Questa, per il momento, ha solo una maggioranza relativa solida che, nei prossimi giorni, potrebbe diventare assoluta. Tutto dipenderà da quei 22 posti in Parlamento ancora da assegnare.

Per il momento, quindi, si può parlare di “vittoria ai punti”. Ma nessun Ko. Il “Tavolo dell’Unità”, volente o nolente, per ora resta sotto la soglia dei 110 deputati; quella soglia “critica” oltre la quale avrebbe potuto approvare “Leggi Organiche” o “Strutturali” senza la necessità di gettare ponti alla nuova Opposizione.

Dibattito, discussione, polemica o intesa. La nuova maggioranza emersa dalle urne dovrà misurarsi, come in tutti i Paesi democratici, con un’opposizione all’interno del potere Legislativo. Sarà obbligata a cercare intese, accordi, alleanze. Assisteremo, quindi, a una nuova dinamica parlamentare, assai diversa da quella arrogante alla quale ci avevano abituato 14 anni di “chavismo”.

Quella di domenica è stata una giornata relativamente tranquilla. Statistiche non se ne hanno. Visibilmente a disagio, la presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Tibisay Lucena, è stata parca di parole. Appena le necessarie per comunicare il trionfo del “Tavolo dell’Unità”.

I venezuelani si sono recati alle urne in un clima di tensione, preoccupazione, incertezza. Anche paura. Il ritardo dell’apertura di alcuni seggi elettorali; la presenza di “gazebo” allestiti nei pressi dei centri di votazione dai simpatizzanti del Psuv che non hanno mai smesso di invitare a votare per il “chavismo”; le scorribande di gruppi di motociclisti “filo-chavistas” armati fino ai denti hanno contribuito a creare un clima surreale: un “mix” di speranza, illusione e paura.

Anche la polemica decisione della presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Tibisay Lucena, di ritirare gli accrediti concessi agli ex presidenti di Bolivia e Colombia, Jorge Quiroga e Andrés Pastrana, per aver presuntamente espresso “opinioni fuori luogo” durante la giornata di votazione; le dichiarazioni altrettanto polemiche e aggressive del presidente del Parlamento uscente, Diosdado Cabello; la risoluzione, resa nota dal vicepresidente dell’organismo Sandra Oblitas, di posporre la chiusura di tutti i seggi elettorali – decisione contestata dal membro del Cne, Luis Emilio Rondón, e confutata dai rappresentanti della Mud – non hanno aiutato a creare nel Paese un clima di tranquillità.

Anche così, il processo elettorale si è svolto senza grosse alterazioni dell’ordine pubblico e con un’affluenza eccezionale del 74,25 per cento dei votanti.

Dopo le elezioni, anche se non ancora del tutto digeriti i risultati che determinano una svolta nello scacchiere politico del Paese, è già tempo di analisi. L’Opposizione si è imposta con un ampio vantaggio; un vantaggio sorprendente per molti versi e che lascia aperta la speranza di una maggioranza assoluta in Parlamento.

Come 17 anni fa, quando l’estinto presidente della Repubblica, Hugo Chávez Frías, s’impose sui candidati di Acción Democrática e Copei, anche in quest’occasione quello dei venezuelani è stato un voto di protesta; un voto di protesta contro la corruzione, il malgoverno, e la crisi economica.

L’estinto presidente Chávez, allora, accettò le regole del gioco imposte dai partiti dominanti e vinse. Oggi il Tavolo dell’Unità ha sconfitto il “chavismo” seguendo anch’esso le regole del gioco decise dal partito dominante.

Anche 17 anni fa, il Paese, viveva una profonda crisi economica. Ma, nonostante lo tsunami finanziario, che aveva investito almeno un terzo delle banche; provocato la scomparsa del Banco Latino,favorito l’acquisto del Banco Consolidado da parte del consorzio cileno “Corp Group” e facilitato l’ingresso in Venezuela del gruppo spagnolo “Santander” che assorbì il “Banco de Venezuela”; la crescente spirale inflazionaria; e la svalutazione della moneta, questa non aveva mai raggiunto le dimensioni di quella che oggi vive il Paese.

Bisogna poi ricordare che la crisi economica è esplosa dopo quasi un decennio di prezzi del petrolio a circa 100 dollari il barile. Il governo del presidente Caldera, per evitare guai peggiori, salvare i risparmi dei venezuelani e non distruggere l’intera impalcatura finanziaria nazionale investì ben 1.272 milioni dei “vecchi bolívares” e, a cavallo del 1994, assegnò alle banche in crisi 6.600 milioni di dollari. Ovvero, una decima parte del prodotto.

Oggi, il Paese soffre i rigori di una crisi economica e finanziaria ben peggiore che colpisce alla radice la qualità di vita di ognuno di noi, provoca la mancanza cronica di alimenti, prodotti per l’igiene e medicine e priva i giovani di un futuro migliore; i rigori di una crisi alla quale il governo del presidente Maduro non è riuscito a porre argini.

L’incapacità di assumere responsabilità si cela a stento dietro slogan senza contenuto e denunce di presunte trame che alimenterebbero una non ben precisata “guerra economica” provocata dalla “destra oligarchica”.

Il “voto castigo”, in quest’occasione, è stato anche la reazione contro l’abuso di chi, negli enti pubblici, ha obbligato per anni i dipendenti ad assistere ai comizi del capo dello Stato, con il ricatto di togliere loro il posto di lavoro o la casa, tanto agognata, assegnata dalla “Misión Vivienda”.

Non è la prima volta che un governo deve fare i conti con un Parlamento dominato dall’Opposizione. E’ già accaduto nella “Quarta Repubblica” quando, prodotto del “Pacto de Punto Fijo”, i partiti dello “status” si alternavano al potere. Per superare l’“impasse” si tessevano alleanze, si costruivano ponti, si ricorreva alla diplomazia.

Da gennaio, si dovrà fare altrettanto. Il governo dovrà esercitare l’arte della persuasione. Difficile, ma non impossibile. Dovrà farlo con un presidente la cui popolarità è ormai ai minimi storici. Il delfino dell’estinto presidente Chávez ha assunto, ipotecando la propria credibilità, la responsabilità della campagna elettorale.

Lo ha fatto in prima persona. Ha trasformato delle semplici elezioni parlamentari in un vero e proprio referendum pro o contro il governo. La sconfitta di domenica scorsa brucia al Psuv ma, soprattutto al capo dello Stato.

Incertezza, tensioni, crepe. Dal momento in cui, poco a poco, le urne davano il loro responso, in seno al Psuv è iniziata la resa dei conti. Le leadership emergenti, fino a ieri frenate dall’autorità dei leader tradizionali – leggasi, Aristóbulo Isturiz, Diosdado Cabello, Rafael Ramírez, Cilia Flores, Jorge Rodríguez, solo per nominarne alcuni -, esigeranno un dibattito aperto. E chissà se non chiederanno la testa del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, e quella del presidente dell’attuale Parlamento,Diosdado Cabello.

L’estinto presidente Chávez, in 14 anni di governo, non aveva mai perso un’elezione. L’unica “scivolata” fu il referendum della Riforma Costituzionale. Poco a poco aveva occupato tutti gli spazi politici ed economici – dalla Holding petrolifera trasformata in un bancomat filo governativo, ai giornali, alle Tv, alle radio; dalle fabbriche alle istituzioni dello Stato create per controllare i poteri Legislativo ed Esecutivo -. Era riuscito ad ottenere, con gli strumenti messi a disposizione dall’architettura democratica, quel potere che non era riuscito a conquistare con la forza delle armi.

Privo delle qualità istrioniche dell’ex presidente Chávez, Nicolás Maduro, dovrà ora affrontare la crisi del partito che dal potere “quasi” assoluto in Parlamento, è sceso a ben 46 seggi. Successori del presidente Chávez, stando alla militanza del Psuv, hanno dissipato quanto lasciato loro in eredità.

La crisi economica sarà determinante nei prossimi mesi. Quando, superate l’euforia della vittoria e la sbornia natalizia, il nuovo Parlamento assumerà il potere si ritroverà a dover gestire una crisi gravissima, di proporzioni forse inattese; una crisi che né il presidente né l’Opposizione amerebbero affrontare. Nessuno vorrà che gli si attribuisca la paternità di provvedimenti severi e impopolari.

Il dibattito parlamentare, all’inizio, avrà probabilmente come argomento principale quello della libertà dei prigionieri politici – soprattutto dei Sindaci Ceballo e Ledezma, nostro connazionale, e del leader di Voluntad Popular, Leopoldo López – . Per loro vi è la proposta di amnistia.

Poi Governo e Opposizione, anche se a brutto muso, dovranno incontrarsi e trovare la maniera per superare le tante differenze. Magari stabilire un periodo di “transizione guidata” per ristabilire gli equilibri nelle istituzioni e nell’architettura del sistema democratico.

Il trionfo di domenica determina ovviamente un cambio di condotta dei venezuelani; un nuovo modo di assumere responsabilità e di porsi di fronte alle avversità. Una svolta non solo politica ma anche di convivenza. Se non sarà così, sarà difficile evitare l’esplosione sociale.

Quello di domenica, quindi, rappresenta solo un primo, timido passo verso la trasformazione della società; mandato espresso dai venezuelani attraverso il voto. Gli elettori hanno manifestato il loro desiderio di intraprendere un nuovo cammino.

Il pericolo, sempre latente, è che la coalizione eterogenea del “Tavolo dell’Unità”, proprio perché costituita da tante anime assai diverse tra loro, possa dissolversi tra recriminazioni, gelosie, rimproveri e richiami. E’ per questo che si rende necessario, nel minor tempo possibile, rinsaldare l’unità della alleanza non più attorno all’”antichavismo”, escamotage utile per vincere le elezioni, ma attorno adun programma di governo che sappia soddisfare tutte le componenti del “Tavolo dell’Unità”, dal centro-destra al centro-sinistra.

Linee programmatiche comuni oggi inesistenti e senz’altro necessarie; una offerta sulla quale discutere e potersi confrontare. Insomma, un programma capace di risvegliare speranze e attorno al quale poter riunire il maggior numero di consensi. L’alternativa sarebbero il caos e la protesta popolare.

(Mauro Bafile/Voce)

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