Bonci, una terapia contro la cocaina

Pubblicato il 10 dicembre 2015 da redazione

Lo scienziato Antonello Bonci

Lo scienziato Antonello Bonci

NEW YORK – Speranza. Una sola parola. Sufficiente. Nessun’altra definisce meglio il valore intrinseco in anni di ricerca. E’ la speranza che si restituisce a milioni di persone che, precipitate nell’abisso della cocaina, ora hanno una cura che permetterà loro di rompere la catena della dipendenza. La scoperta, a dir poco epocale, apre nuovi cammini, nuove frontiere.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista “European Neuropsychopharmacology”, in un articolo dal titolo “Transcranial Magnetic Stimulation of Dorsolateral Prefrontal Cortex Reduces Cocaine Use: A Pilot Study”. L’autore, Antonello Bonci, Direttore Scientifico del prestigioso “National Institute on Drug Abuse (Nida)”, riassume in esso i risultati di anni di meticoloso lavoro.

Contento, soddisfatto, ottimista. Intervistato dalla “Voce”, non nasconde la propria gioia, la propria emozione per i risultati della ricerca riassunti in un articolo che sarebbe stato pubblicato il giorno dopo. Una ricerca iniziata dall’osservazione della corteccia frontale del cervello che viene gravemente danneggiata dall’uso cronico della cocaina che causa una riduzione importante del suo volume e, soprattutto, della sua attività. Ed è proprio quella parte della corteccia l’incaricata del controllo dei comportamenti degli esseri umani e della loro interazione.

– Questo per me – confessa alla Voce – è il momento di maggior soddisfazione professionale. Eppure, devo riconoscere che dal 1999, da quando cioè sono entrato all’Università come ricercatore indipendente, di soddisfazioni ne ho avute tante, tantissime. Ma la sensazione che provo oggi non ha precedenti. Dopo anni di studio su modelli animali, che sono importantissimi ma dai quali non sempre si riesce ad ottenere una applicazione pratica per l’essere umano, siamo in grado di pubblicare l’articolo in cui s’illustrano i risultati della ricerca sulle persone. Sono risultati nati da un’idea partita in laboratorio anni fa.

Sottolinea che, per uno scienziato, per un medico, ciò che ha maggior valore “è tradurre le proprie scoperte in qualcosa di utile per le persone”.
– L’articolo – precisa – illustra una terapia medica contro la dipendenza dalla cocaina.

– Lei si è laureato prima nella “Scuola di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù” di Roma, a pieni voti; poi si è specializzato presso l’Università “Tor Vergara”, sempre a pieni voti. Perché ha scelto la neurologia? Cosa lo ha motivato, cosa lo ha attratto di più di questa specializzazione?

– Sono sempre stato un appassionato dei comportamenti complessi dell’essere umano – spiega -. Ho sempre sentito curiosità verso le interazioni tra persone, verso i motivi che ci spingono a prendere alcune decisioni e non altre, verso le ragioni per cui consumiamo droghe e i farmaci cambiano i nostri comportamenti. Ad essere sincero – prosegue -, ero indeciso. Ero a metà strada tra neurologia e psichiatria. Fino a 30 o 40 anni fa, neurologia e psichiatria erano una sola cosa dal punto di vista accademico. Poi sono diventate due specialità. Quindi, dovevo scegliere ed ero esattamente a metà strada. Mi piacevano entrambe. Mi affascinava l’idea di studiare la neurologia, una disciplina molto organica connessa alla via anatomica del cervello. E mi seduceva l’idea della psichiatria, perché studiava i comportamenti complessi. Ho deciso finalmente di dedicarmi alla neurologia per crearmi le basi di conoscenza anatomica, chimica e farmacologica.

L’estero, per crescere professionalmente. E’ il cammino che oggi intraprendono tanti giovani brillanti in cerca di futuro. Al dottor Bonci, conclusi gli studi e ottenuta la laurea a pieni voti, probabilmente non sarebbero mancate opportunità di lavoro. Eppure anche lui, nonostante tutto, ha deciso di intraprendere la vita dell’emigrante. Chiaro, un’emigrante “sui generis” vista la sua brillante preparazione accademica che negli Stati Uniti hanno saputo subito apprezzare. Anche così, una decisione senz’altro difficile.

– Perché emigrare? Cosa lo ha spinto ad andare negli Stati Uniti e non a restare in Italia o in Europa?

– Sono venuto negli Stati Uniti perché mi hanno offerto una buona opportunità di crescita professionale – risponde subito senza indugi -. Venni durante la fine della specializzazione. Ho lavorato tanto, tantissimo. Le mie giornate lavorative erano di oltre 12 ore senza sosta. Ma i risultati, dal punto di vista delle prospettive, non sono mancati. Mi hanno assunto quasi subito come giovane professore. All’Università di San Francisco, in California, mi hanno messo a disposizione le risorse; tutti gli spazi che potevo sognare e anche di più per sviluppare i miei studi. Gli Stati Uniti mi hanno aperto un mondo. Sono riuscito a ottenere tutto quello che volevo, sul lavoro e sulla carriera… tutto quello che in Italia, non avrei mai ottenuto. Sarebbe stato impensabile avere fondi, spazi, indipendenza. Insomma, il supporto che mi ha dato qui la struttura universitaria. Questa è la ragione per la quale sono partito e, professionalmente, non ho più avuto motivi di tornare.
Spiega che comunque si reca in Italia “spessissimo per aiutare i colleghi e i giovani scienziati”.

Prosegue:
– Gli Stati Uniti mi hanno dato quanto potevo sognare e molto di più. Questa è la mia storia.
I primi passi all’estero sono sempre difficili. Nostalgia, solitudine, lontananza fanno male. Sono sentimenti che il tempo riesce ad attenuare, a smorzare ma non a cancellare. Per questo chiediamo:

– Come sono stati i primi tempi? Come è stato l’impatto con una società diversa nelle abitudini, nel modo di vita, nel lavoro; una società in cui il rispetto per la meritocrazia è più di un mito. Come si è inserito? E’ stato difficile integrarsi?

– Sì – ci dice -, è stato difficile. Da una parte, ci si rende conto che se lavori, puoi ottenere quello che desideri; dall’altra, che hai una grande responsabilità. E allora pensi che se non riesci… forse è solo colpa tua. C’è questa sensazione straordinaria del peso della responsabilità. Ci sono, poi, tutti i vantaggi e tutti gli svantaggi del caso. E’ stato difficilissimo adattarmi, integrarmi. Le regole, purtroppo o per fortuna, sono diversissime da quelle italiane. E lo sono anche le relazioni interpersonali. In questo momento, siamo felicissimi. Però è stato duro… Mamma mia se lo è stato… per me, per la famiglia!

Spiega che quella americana è una società con norme molto diverse. E che quindi, “ci vuole tempo per cambiare, per capire i codici di comportamento che non sono quelli scritti o quelli che si dicono; per sapere cosa è giusto e cosa no; per capire le sfumature nelle conversazioni”.

– Mia moglie ed io – aggiunge -, venivamo da un altro paese, da un’altra cultura. Almeno per noi, è stato straordinariamente difficile.

– Quali sono stati i momenti di maggior soddisfazione?

– Le soddisfazioni sono iniziate quando sono entrato all’Università come ricercatore indipendente – afferma -. E stanno andando avanti. Il momento di maggior soddisfazione comunque è questo. Esattamente questo momento. Come le ho detto, dopo anni di studio su modelli animali possiamo pubblicare un articolo in cui si illustrano i risultati sulle persone.

Sono tanti i riconoscimenti ricevuti dal dottor Bonci, durante la sua brillante carriera. Tra questi il “Jacob P. Waletzky Memorial Award” e il prestigioso “Daniel H. Efron Award” dell’“American College of Neuropsychopharmacology”. Ultimo, ma non meno importante il “PrimiDieci Society” che assegna annualmente la nostra “Italy-America Chamber of Commerce” di New York.

Molti giovani, oggi, cercano oltre frontiera quello che l’Italia non può offrire. Sono giovani brillanti, preparati nelle migliori università italiane che, come il dottor Bonci, hanno ottenuto le lauree a pieni voti e ora sognano un futuro da professori, manager, ricercatori, scienziati.

– Che cosa consiglierebbe a questi ragazzi che cercano sbocchi all’estero?

– Di non aver paura e di buttarsi – afferma -. Che siano gli Stati Uniti o un altro paese non importa. Oggi non è più come una volta. Non s’intraprende più un viaggio senza ritorno. L’Italia sta offrendo moltissime opportunità rispetto a 20 anni fa. Si può venire negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto all’Italia e, se possibile, mantenendo sempre canali di collaborazione. Possono venire negli Stati Uniti e fare tutto ciò che possono. Insomma, valutare se è il caso di restare o no. Io ho avuto tante opportunità di tornare se lo avessi voluto. Il mondo americano è molto aperto in tutti i sensi. Partire, oggigiorno, non vuol dire, come in passato, avere scarse possibilità di ritorno. Direi, quindi, di intraprendere, se si vuole, l’avventura all’estero con serietà ma anche con un pizzico di leggerezza.

(Mauro Bafile/Voce)

Una ricerca che cambierà la vita di milioni di persone

NEW YORK – Chissà, forse è ancora presto per averne la certezza. Ma quella del dottor Antonello Bonci pare sia la porta per altre scoperte terapeutiche nel campo della dipendenza; ricerche che potrebbero cambiare la vita a migliaia, milioni di persone. L’articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica “European Neuropsychopharmacology”, dal titolo “Transcranial Magnetic Stimulation of Dorsolateral Prefrontal Cortex Reduces Cocaine Use: A Pilot Study”, è un primo passo verso la soluzione di gravi problemi per la società; difficoltà che fino a ieri sembravano senza soluzione. E’ un messaggio chiaro alla comunità scientifica, ma soprattutto ai milioni e milioni di pazienti: la dipendenza dalla cocaina può essere debellata. E il cammino tracciato potrebbe aiutare a risolvere anche altre dipendenze.

– Potrebbe riassumerci in parole semplici di cosa tratta la sua ricerca?

– Per renderla molto semplice – spiega il ricercatore del “National Institute on Drug Abuse” -, nel 2013 abbiamo pubblicato un articolo su modelli animali in cui si dimostrava come nei ratti la corteccia frontale del cervello, dopo l’assunzione cronica della cocaina, si spegne. La corteccia frontale del cervello, sia negli animali che nell’uomo, è molto importante per prendere decisioni su come comportarsi. Quando queste cortecce si spengono, oppure diventano poco attive, il consumo e l’interesse verso la cocaina crescono.

Afferma che, “dopo aver inserito negli animali virus specializzati che riaccendono la corteccia spenta dalla cocaina, si è potuto costatare una progressiva perdita di interesse per la droga”.

– Da lì – prosegue – l’ipotesi che, esistendo negli esseri umani parti della corteccia frontale del cervello che diventano ipoattive se poste all’esposizione cronica della cocaina, è possibile usare sistemi simili a quelli impiegati nei ratti per stimolarle nuovamente.

Il metodo proposto dal dottor Bonci è la “Stimolazione Magnetica Transcranica”. Si tratta di una sonda che si appoggia sul cuoio capelluto del paziente e che permette di stimolare la corteccia frontale del cervello creando un campo magnetico.

– Il 79 per cento dei pazienti del nostro studio – commenta – ha reagito positivamente. E, dopo 4 settimane di terapia, di stimolazione transcranica, ha perso interesse per la cocaina. E’ un miracolo perché – prosegue il ricercatore – la Stimolazione Magnetica Transcranica è conosciuta da oltre 30 anni. Si impiega nella cura della depressione e in alcuni tipi di dolore. E’ una tecnica molto diffusa che non ha praticamente effetti collaterali, se applicata da personale preparato.

Ammette che alcuni pazienti potrebbero lamentare un leggero dolor di testa, altri forse un fastidio durante la stimolazione. Ma altri effetti collaterali, permanenti o gravi non ce ne sono.

– La tecnica, quindi – afferma con evidente soddisfazione ed entusiasmo -, esiste. Le macchine per questo tipo di stimolazione anche e possono essere impiegate in qualsiasi clinica o ospedale seguendo il protocollo da noi stabilito.

Non si tratta di un farmaco “super-costoso”, di quelli che tardano forse anni a entrare nel mercato e accessibile solo a una particolare fascia di malati, quella economicamente più fortunata. Neanche di un apparato estremamente sofisticato e, quindi, costoso.

– E’ una tecnica non invasiva, senza effetti collaterali – precisa il dottor Bonci -. Non richiede tanto tempo: un quarto d’ora al giorno la prima settimana e poi due volte la settimana per tre settimane. Come vede, ci sono tantissimi motivi per essere soddisfatti. Il sistema è già disponibile per chi desidera usarlo. Lo è anche il protocollo. Possiamo aiutare a replicare esattamente i nostri dati. Io vedo solo benefici.

Il ricercatore spiega che “ci sono al mondo almeno 21 milioni di persone dipendenti da cocaina”. Ma, a suo giudizio, questo è solo un aspetto del problema. Aggiunge:

– Non possiamo dimenticare che dietro questi 21 milioni di persone dipendenti da cocaina ce ne sono almeno altri 20 che ne soffrono indirettamente le conseguenze. Si tratta dei genitori, dei fratelli, delle sorelle, delle mogli, dei figli. E’ una grossa fetta della popolazione mondiale che potrebbe beneficiarsi fin d’ora del risultato della ricerca.

Crack, cocaina. Ma anche fumo, alcol e tante altre droghe che rendono dipendenti. La domanda sorge spontanea:

– Il metodo funziona con tutte le droghe? In questo momento negli Stati Uniti si dibatte sull’opportunità di liberalizzare l’uso della marijuana per uso terapeutico… E’ valido proibirne il consumo o, al contrario, sarebbe utile una visione più amplia del problema che permetta di vederne gli effetti positivi che certamente esistono? E’ la marijuana meno dannosa del resto delle droghe? Lo è meno della sigaretta che produce cancro?

– E’ complicato – ammette -. La situazione della cannabis è molto complessa. Può avere effetti devastanti nel cervello dei giovane. Non mi sembra comunque giusto criminalizzarne l’uso personale. Questa droga può avere effetti benefici. Bisogna cercare di capire i meccanismi… La Marijuana può essere molto utile per alcune patologie specifiche, ecco perché il tema è assai polemico. Dobbiamo fare molta attenzione a non creare confusioni. Molti giovani potrebbero pensare che, poiché può essere utile per alcune situazioni, allora è lecito il suo uso indiscriminato. Con gli studi che si stanno realizzando, sono sicuro che si riuscirà a capire i limiti della cannabis. E allora si potranno creare linee guida molto chiare.

– La vostra ricerca è applicabile ad altre droghe?

– Assolutamente si… – afferma immediatamente -. Molti colleghi, in tutto il mondo, stanno usando, a livello sperimentale la “TMS” per ridurre il consumo di droghe, del fumo e dell’alcol.

– Si può parlare di una svolta epocale?

– Secondo me si – risponde per concludere senza false modestie:
– Ci sono ancora tantissimi dubbi. Noi ci concentriamo sulla cocaina perché attualmente non esiste al mondo un trattamento considerato efficace per combatterne la dipendenza. E’ l’unica droga che non ha alcuna terapia medica a disposizione.
Almeno fino a ieri.

(MB)

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