Don Ciotti a Brooklyn: legalità, una parola di cui si abusa

Pubblicato il 10 dicembre 2015 da redazione

donciotti

NEW YORK – La sua parola preferita è ‘noi’, quella che lo fa reagire è ‘legalità’, “una parola sostenuta, abusata, celebrata, sulla bocca di tutti fino ad impoverirla. Legalità è diventata una bandiera che tutti usano e in quel nome si sono fatte leggi, penso alla Bossi-Fini sui migranti, che ne avevano ben poca. La chiamo cultura della legalità malleabile e sostenibile”.

Don Luigi Ciotti è a Brooklyn, non ha voluto mancare alla prima assoluta di un piccolo documentario ‘Sono Cosa Nostra’ che Clipper Film ha prodotto per Rai Cinema, dedicato ai 20 anni di Libera, la rete di oltre 1.600 associazioni contro le mafie e ai 20 anni, che cadranno nel 2016, della legge 109 sostenuta da 1 milione di firme, che andando oltre la già lungimirante Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni patrimoniali della criminalità, li restituisce alla collettività stabilendone il riutilizzo ad uso sociale.

Il film, che ha riempito la sala della zona terra di migranti italiani, diventata da anni alla moda per attività artistiche e ristoranti, cita il passato di Libera, la nascita sull’onda emotiva delle stragi di Falcone e Borsellino per fotografare l’oggi che è quello delle più di 500 realtà cooperative che lavorando sui beni ex mafiosi “sono una testimonianza del volto bello dell’Italia”. Un oggi per niente facile perché, dice don Ciotti, la mafia non ci sta a vedersi indebolita sul suo territorio e minaccia, vandalizza, distrugge di continuo il mondo delle buone pratiche civili di Libera.

– Ho appena cercato di dare forza al giovane coraggioso sindaco di Gioiosa che mi raccontava di aver avuto ieri sera proiettili contro la macchina. Ha un bambino di tre anni e non piegarsi è dura anche per chi crede alla politica come servizio del bene comune. Per questo – si accalora in un’intervista all’Ansa – non bisogna lasciarli soli.

Gesti grandi o piccoli, “come quello di dedicare alle vittime delle mafie i prodotti di LiberaTerra, la pasta, l’olio, un modo per ridare dignità”, come spiegano Daniela Marcone, di Libera Memoria, figlia di Francesco Marcone assassinato a Foggia e Valentina Fiore della cooperativa siciliana intitolata a Placido Rizzotto, venute a New York con il sacerdote fondatore del gruppo Abele, 70 anni, sotto scorta per le minacce ad una vita da testimone di massimo impegno civile.

E la cosa più bella del documentario, che si vedrà sulle reti Rai e circolerà nelle scuole, sono le facce pulite dei giovani che lavorando le terre confiscate del Belice dell’imprendibile Matteo Messina Denaro, di CastelVolturno di don Peppe Diana, della cascina piemontese dove abitava Bruno Caccia, il primo magistrato dell’Italia del nord ucciso dalla mafia, della villa del boss di Quindici, il primo comune sciolto per mafia dove ora si sta aprendo un maglificio nonostante tutto, “trovano la dignità del lavoro e restituiscono la bellezza”.

Ancora piccoli numeri, se si pensa, come racconta il magistrato Francesco Menditto che sono 17 mila i beni confiscati alla mafia e processi in corso per 5000 aziende sequestrate. Piccoli come quelli delle cooperative proprie di LiberaTerra, 9 in tutta Italia con 5 beni gestiti direttamente, “troppi secondo la macchina del fango”, dice amareggiato don Ciotti.

Guardando indietro a questi 20 anni “sembra impossibile essere arrivati fin qua, persino con la recente direttiva Ue che amplia all’Europa la confisca dei beni”, ma non è un traguardo in un’Italia “con troppi cittadini a intermittenza. C’è bisogno di cittadini responsabili.

Prima della legalità infatti c’è l’educazione alla responsabilità. La lotta alla mafia, prima che con le leggi, si fa con il lavoro, che restituisce dignità, e con la scuola perché è la cultura che dà la sveglia alle coscienze”.

I prossimi passi? “Oltre al miglioramento della legge, in corso alla Camera, due progetti: Impresa Bene Comune che vuole coinvolgere la parte consapevole e giovane del sistema industriale e Libera Welfare che punta all’uso sociale dei beni in un’ottica di riduzione delle disuguaglianze”.

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