Obama vince la scommessa, gli Usa hanno guidato il mondo

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WASHINGTON.- Il mondo firma l’accordo di Parigi sul clima “grazie alla leadership dell’America”. Con questo tweet il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha rivendicato la vittoria di una scommessa su cui ha tenuto il punto fino alla fine.

Anche negli ultimi giorni, con l’America spiazzata dalle incognite di una sfuggente minaccia terroristica, la Casa Bianca ha dato conto puntuale di contatti e telefonate con i leader cruciali per l’esito del summit sul clima, dal primo ministro indiano Narendra Modi al presidente cinese Xi Jinping, mettendo così il sigillo ad un processo che, pur ancora solo ai box di partenza, segna l’inconfutabile impegno di Obama verso una svolta storica degli Stati Uniti, da portabandiera del ‘No’ a Kyoto a spinta trainante a Parigi.

Una vittoria personale. Perché a Washington certo Obama non ha goduto – e non gode – dell’appoggio necessario per quella definitiva transizione verde del settore energetico che auspica, anche in chiave di lotta ai cambiamenti climatici. Prima la crisi economica, poi il Congresso dominato dai repubblicani che ha puntato i piedi contro ogni iniziativa, ogni proposta, restringendo il raggio d’azione del presidente, costretto a presentare come una vittoria anche i pannelli solari installati sulla Casa Bianca.

Quello che i repubblicani non sono riusciti a sottrarre ad Obama però è stata la platea internazionale, ed è a questa che il presidente ha dettato la sua eredità sul clima. A fine settembre a Washington ha strappato al collega cinese Xi l’impegno per limitare le emissioni, annunciato dal giardino delle rose della Casa Bianca a conclusione di una visita di Stato che su tutto il resto ha invece finito per confermare la distanza tra Usa e Cina.

Il risultato di quella combinazione tra idealismo e realismo, applicata con destrezza anche ‘in casa’ quando, nel sottolineare la forza propulsiva dell’innovazione, ha trovato alleati tra chi le cose ‘le fa’, nella Silicon Valley per esempio, quindi da Bill Gates a diversi finanziatori pronti ad investire.

Obama non ha sottovalutato d’altro canto la presa dell’appello di ambientalisti e attivisti: allora eccolo in Alaska, in persona. A toccare con mano e mostrare all’America e al mondo le conseguenze del riscaldamento globale. Lo ha chiamato un “viaggio sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici” e con la sua presenza ha acceso i riflettori sulle comunità locali e le conseguenze sulla loro vita quotidiana e sull’economia locale. E non ha sbagliato.

In Florida invece il messaggio lo ha lanciato tra le mangrovie e anche qualche alligatore del parco naturale di Everglades, una rigogliosa palude di 600mila ettari che è tra i tesori naturalistici degli Stati Uniti, dove ha assunto i toni da ‘commander in chief’ nella guerra ai cambiamenti climatici.

Così la firma a Parigi gli dà ragione, anche quando sottolinea – come continua a fare – che la soluzione ultima non è a portata di mano, ma se ci si impegna a cercarla, la si trova. L’America lo ha sempre fatto.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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