La morte di Gelli: la fine solitaria del Venerabile

Pubblicato il 16 dicembre 2015 da redazione

Una immagine dell'entrata della camera ardente di Licio Gelli allestita nella chiesa della Misericordia, in pieno centro ad Arezzo, 16 dicembre 2015. ANSA / GIAMPAOLO GRASSI

Una immagine dell’entrata della camera ardente di Licio Gelli allestita nella chiesa della Misericordia, in pieno centro ad Arezzo, 16 dicembre 2015. ANSA / GIAMPAOLO GRASSI

AREZZO.- Il momento in cui davanti la sede della Misericordia di Arezzo si affollano più persone è quando dalla chiesa accanto esce il funerale della signora Graziella, una pensionata morta a settant’anni. Eppure, nella camera ardente è esposto il feretro di Licio Gelli, il venerabile maestro della Loggia P2. Fra chi gli ha fatto visita, i volontari della confraternita annotano qualche notabile locale, ma nessun volto noto oltre l’Aretino.

Il nome più risonante è quello dell’ex presidente dell’Arezzo calcio, Piero Mancini. Solo in tarda serata l’afflusso aumenta, a dimostrazione del fatto che il defunto non era uno qualunque. Ci sono molti dipendenti delle fabbriche di materassi del Gelli imprenditore. Non ci sono code, ma la saletta della camera ardente si riempie.

Lo spazio è semplice, spoglio. Non si vedono simboli massonici. Ma alla giacca del Venerabile è stata appuntata una spilla con il fascio Littorio. D’altronde Gelli non l’ha mai nascosto: “Sono e sarò sempre fascista”. Nel taschino i suoi inseparabili occhiali fumè. E all’anulare, l’anello con lo stemma nobiliare. Gelli era Conte, è scritto nel manifesto funebre in cui si chiedono “non fiori ma opere di bene”.

Fin dalla mattina attorno al feretro ci sono i familiari del Venerabile maestro. Il figlio Raffaello, la figlia Maria Rosa e la moglie Gabriela. L’altro figlio, Maurizio, abita in Sud America. Non hanno voglia di parlare. Quando escono si fanno scortare da alcuni uomini di una ditta privata di security. E quando, a metà pomeriggio, un fotografo tenta di fare qualche scatto al feretro, chiudono la camera ardente agli estranei.

Gelli è morto martedì poco prima della mezzanotte, nella sua villa di Arezzo, la famigerata villa Wanda. Con lui c’era la seconda moglie, pochi parenti e qualche amico. Era stato dimesso da poco da una clinica pisana di San Rossore, in provincia di Pisa: ormai aveva perso conoscenza.

“Il suo grande cruccio – racconta uno dei legali di Licio Gelli, l’avvocato Gianfranco Ricci Albergotti – era non poter avere i figli vicini in quest’ultimo periodo. I suoi ultimi pensieri erano dedicati alla famiglia. Era molto tranquillo, tutto sommato”.

L’altro storico legale del gran maestro, l’avvocato Raffaello Giorgetti, continua a fare il difensore anche all’uscita della camera ardente. “Si definì burattinaio, ma fu più una battuta che una descrizione della realtà. In ogni momento della cronaca e della storia serve un capro espiatorio, in quel momento trovarono lui”. Le condanne? “Sono stati solo colossali errori giudiziari – risponde – Gelli non era un grande burattinaio, era un grande innocente”.

I funerali saranno a Pistoia, in chiesa. Per la camera ardente era nata anche una mini polemica, visto che non è stata ospitata nei locali della chiesa vicino a villa Wanda. Ma il parroco ha smorzato: “Nessun niet: sono solo occupati dal presepe”. Gelli sarà sepolto nel cimitero di Pistoia, nella cappella dove già riposano la prima moglie e la figlia.

Beniamino Severi è stato direttore vendite della Giole, la fabbrica di materassi di Gelli: “Non è stato un criminale, ha aiutato tante persone. Io di lui ho un buon ricordo”. C’è anche un ‘fan’, Valerio, che faceva il cameriere in un ristorante a Castiglion Fibocchi. In casa ha la sedia del posto a tavola preferita da Gelli. Gli chiese di autografarla e il Venerabile acconsentì.

Arezzo però, non pare essersi accorta della ‘scomparsa’. Tanti scoprono che Gelli è morto dalle locandine o leggendo il manifesto funebre. Anche due ragazzi in skateboard che, vendendo le telecamere, chiedono chi fosse il morto: “Licio chi?”.

(dell’inviato Giampaolo Grassi/ANSA)

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