In occasione dell’International Migrants Day

Pubblicato il 23 dicembre 2015 da redazione

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ROMA – In occasione dell’International Migrants Day il Centro Studi Emigrazione di Roma ha ospitato il seminario “Scenari di una nuova Italia: riforma della legge 91/92 in materia di cittadinanza italiana e flussi migratori in uscita dall’Italia”. L’incontro è stato organizzato dallo Cser in collaborazione con l’Associazione Nazionale Forense, l’Associazione di promozione sociale Alexandra, l’Ufficio comunicazione scalabriniani e Scalabrini International Migration Network.

L’incontro è stato introdotto dal direttore dello Cser René Manenti che ha spiegato come il dibattito si proponga di analizzare in contemporanea due temi cari alla mobilità umana, ovvero la nuova legge sulla cittadinanza in discussione al Senato e la realtà, che sembrava attenuata, dei flussi migratori in uscita dall’Italia. Un fenomeno, quest’ultimo, che sembrava appartenere al passato ma che in realtà, non solo a causa della crisi economica, è tornato ad essere importante.

Ha poi preso la parola il moderatore della prima parte del dibattito Emanuele Giudice (Alexandra / ANF) che ha spiegato come la riforma della legge n. 91/92 in materia di cittadinanza, attualmente in discussione al Senato, si prefigga di ampliare i casi in cui i minori nati o cresciuti in Italia possano acquisire la cittadinanza italiana. Per Giudice a questa legge va riconosciuto il merito di aver elevato il dibattito, nel tentativo di favorire un’integrazione consapevole dell’immigrato, sull’attuazione dei principi dello ius sanguinis e dello ius soli.

Il moderatore, oltre a segnalare la necessità di rivisitare la disciplina della naturalizzazione, ha evidenziato come l’acquisto della cittadinanza da parte degli immigrati comporti anche l’accettazione dei valori italiani ed europei.

Dal canto suo la relatrice della legge sulla cittadinanza al Senato Doris Lo Moro ha sottolineato come la riforma, pur intervenendo sulla normativa del 1992 in qualità di semplice modifica, in realtà introduca concetti che ne ribaltano le fondamenta. “Il tema della cittadinanza – ha aggiunto Lo Moro – va portato avanti con il tema dei flussi e con quello dell’integrazione degli immigrati, perché se questo non avviene vi è il rischio di creare cittadini di serie b che non vengono integrati in Italia o in Europa. La legge all’esame del Senato – ha aggiunto – è molto innovativa perché riconosce e allarga fondamentalmente lo ius soli, cioè il diritto ad ottenere la cittadinanza da parte di chi non essendo italiano nasce in Italia, Un’apertura verso un mondo giovanile che potrebbe fare la ricchezza dell’Italia” . La senatrice ha anche rilevato l’esigenza che i nuovi cittadini accettino e rispettino i valori italiani.

Giulia Perin, dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha sottolineato come la nuova legge sulla cittadinanza cerchi di riequilibrare una situazione che per tanti anni ha favorito l’acquisizione della cittadinanza da parte dei discendenti degli italiani all’estero, rendendo invece difficoltoso all’acquisto di questo diritto da parte dei figli degli immigrati che nascevano in Italia. Sempre per quanto riguarda la riforma Perin ha posto in evidenza la necessità di tornare a parlare nell’articolo uno di “anni di residenza” anziché di permesso di lungo soggiornante.

Una prerogativa, quest’ultima, che rischierebbe di favorire discriminazione fra gli immigrati che hanno un lavoro migliore e quelli meno benestanti. E’ poi intervenuto Corrado Bonifazi del CNR che ha segnalato la necessità di comprendere come dare agli immigrati che divengono nuovi cittadini italiani la pienezza di tutti i diritti. “La concessione della cittadinanza – ha spiegato Bonifazi – e la percentuale degli immigrati che hanno il permesso di lunga residenza è uno dei fattori su cui l’Europa misura lo stato dei processi di integrazione. Nel nostro paese nonostante le ristrettezze sulla cittadinanza la tendenza di questo dato è in crescita, anche se sempre minore rispetto a quello inglese” .

Dal canto suo la ricercatrice dell’Istat Cinzia Conti ha rilevato come l’interesse per l’acquisizione della cittadinanza italiana vari da comunità a comunità e, partendo dai dati dal censimento del 2011, ha ipotizzato la presenza sul territorio del nostro paese di circa 592.000 cittadini italiani per acquisizione. La Conti ha anche segnalato come vi sia una generazione italiana e straniera che ha un’idea diversa di cittadinanza e di appartenenza globale e locale.

Nel proseguo del dibattito, moderato da Carola Perillo dello Cser, è intervenuto il missionario scalabriniano Mario Toffari (Ass. Centro Migranti di Brescia) che ha sottolineato l’esigenza di introdurre accorgimenti nella nuova legge sulla cittadinanza per evitare che gli immigrati, una volta divenuti cittadini italiani, perdano la cittadinanza d’origine. A tal proposito Toffari ha auspicato la promozione di accordi con gli Stati che non prevedono la doppia cittadinanza.

“Anche perché in questo caso – ha precisato Toffari – il minore che perde la sua cittadinanza d’origine non potrebbe utilizzare l’opzione , a causa del rischio di divenire apolide, di rinunciare dopo due anni all’acquisizione della cittadinanza italiana”.

Fra gli altri interventi segnaliamo quello di Kwaza Musi Dos Santos, dell’associazione “Questa è Roma”, che ha rilevato come l’integrazione fra i popoli debba essere reciproca e basata sull’incontro fra culture diverse e senza l’imposizione di valori. Dos Santos ha anche parlato della necessità sia di portare avanti buone pratiche, come ad esempio la formazione dei docenti per la gestione di classi multiculturali e il riconoscimento dei titoli di studio, sia di cominciare a pensare in maniera globale e nell’ottica della diversità.

Di simile tenore l’intervento di Mohamed Tailmoun della Rete G2/Seconde generazioni, che ha segnalato come la legge numero 91/92 abbia nel corso degli anni limitato l’accesso alla cittadinanza degli stranieri. Tailmoun ha inoltre parlato sia della costruzione di un patto di cittadinanza fra seconde generazioni di immigrati e gli italiani autoctoni, sia dell’esigenza di portare a casa i risultati raggiunti nella riforma sulla cittadinanza in discussione al Senato.

Nell’ultima sessione di lavoro, dedicata al tema “La ripresa dei flussi migratori in uscita dall’Italia”, la moderatrice del dibattito Carla Collicelli (Censis) ha spiegato come i nuovi flussi migratori dall’Italia, un fenomeno importante di cui si parla poco, presentino connotazioni positive, in quanto formati da giovani super qualificati che si sentono cittadini del mondo, ma anche segnali negativi rispetto alla situazione lavorativa ed economica italiana e non italiana.

La Collicelli ha quindi ricordato come, secondo i dati nell’Istat, nel 2014 siano stati 277.631 gli italiani iscritti all’estero. Connazionali che hanno scelto di trasferire la loro residenza in altri paesi e che si sono recati prevalentemente in Inghilterra, in Germania, in Svizzera, in Francia, negli Stati Uniti, in Brasile e in Belgio. Un fenomeno complesso dunque che, secondo la Collicelli, va visto anche “nell’ottica e sullo sfondo di una modernizzazione che è in corso e della quale a volte ci dimentichiamo.

Il mondo – ha aggiunto – è radicalmente cambiato dal punto di vista economico, finanziario e politico, ma anche come sentimenti della gente , perché l’andare via, che prima era vissuto come una tragedia umana, oggi per fortuna è connotato spesso da elementi positivi: l’ essere cittadini del mondo, lavorare in ambienti qualificati, avere contatti con persone di altre culture, imparare le lingue. Sarebbe bello – ha concluso la Collicelli – che questi fossero sempre più processi circolari volti ad arricchire tutti e non solo alcuni”.

“C’è da dire – ha esordito Giovanni Maria De Vita, Capo Ufficio I della Direzione Generale del Maeci per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie – che il fenomeno del lavoro all’estero ha sempre interessato l’italiano che caratterialmente è incuriosito ed attratto da realtà fuori dal suo paese e quindi c’è sempre stata un’emigrazione di professionisti che esercitavano il loro lavoro in vari centri finanziari o dove vi fosse una particolare richiesta di preparazione tecnologica.

A partire dal 2008 con la crisi economica questo fenomeno è aumentato esponenzialmente privando anche il nostro sistema di potenziali promotori di ricerca, ma è ripresa , e questa è la cosa che ci preoccupa in particolare, anche quella che potremo definire emigrazione tradizionale.. Un fenomeno – ha aggiunto De Vita – che si ripropone anche secondo modelli che ricalcano un po’ i problemi avuti dai nostri primi emigrati nel mondo già a partire dalla seconda metà dell’800. C’è da dire che in quel periodo storico i primi a rispondere a questa richiesta di aiuto furono le associazioni locali e religiose.

Ora invece il sistema delle nostre ambasciate e consolati, a fronte di un contesto di continua riduzione delle risorse finanziarie ed umane, sta cercando di dare una mano a chi si trova in difficoltà e sperimenta delusioni rispetto alle aspettative di partenza. I problemi che incontra questo tipo di emigrazione e qui non mi riferisco a ricercatori o a persone attive nel campo della finanzia e della tecnologia –ha precisato De Vita -, è quello dell’adattamento alla situazione locale, perché l’insediamento in contesti diversi da quelli di provenienza continua creare dei problemi come ad esempio quello dell’approccio linguistico”.

De Vita ha poi ricordato come , al fine di far fronte alle problematiche dei nuovi emigranti italiani, a partire dal 2012 la rete diplomatica all’estero abbia tentato con un approccio sistematico di organizzare iniziative di informazione per i nostri connazionali volte anche, grazie al contributo delle associazioni italiane nel mondo e di quelle religiose, a favorire l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro.

A tal proposito De Vita ha segnalato il caso del Consolato generale a Londra che organizza l’iniziativa “Primo approdo”, seminari informativi diffusi tramite You Tube. De Vita ha anche ricordato gli stanziamenti messi a disposizione dei Comites al fine di agevolare la promozione di iniziative a sostegno e per l’inserimento dei nuovi immigrati italiani. Per quanto poi riguarda la stima della presenza degli italiani nel mondo, i nuovi flussi migratori dal nostro paese guardano all’Europa ma anche a grandi paesi di accoglienza come l’Argentina e il Brasile che hanno una legislazione di immigrazione più flessibile, De Vita ha ricordato come a tutt’oggi il dato delle anagrafi consolari si attesti intorno ai 5 milioni di persone, molti dei quali hanno acquisito la cittadinanza all’estero.

Ha poi preso la parola Carlotta Venturi, docente di sociologia delle migrazioni alla Gregoriana, che ha illustrato alcuni dati del Rapporto Italiani nel Mondo realizzato dalla Migrantes. La Venturini ha ricordato come, secondo gli ultimi dati dell’Aire, gli italiani nel mondo sarebbero circa 4 milioni e seicento mila, il 3,3% in più rispetto al 2014. Una variegata realtà in cui i minori sono più di 700.000 e appaiono in costante crescita gli anziani che si trasferiscono all’estero.

In questa nuova ondata migratoria partono soprattutto persone nubili in età lavorativa, fa i 30 e 34 anni, e quasi tutte diplomate. Il saldo degli espatri (circa 82.000) è inoltre nettamente superiore a quello dei rientri (28.000). La Venturi ha anche spiegato come la scelta della maggior parte dei ricercatori italiani di emigrare in Europa sia dovuta non solo alla vicinanza e quindi alla facilità del mantenimento dei legami con l’Italia, ma anche dal fatto che questi giovani si considerano ormai cittadini europei.

Ha infine preso la parola la giornalista Tiziana Grassi, direttrice del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo. “C’è chi dice – ha affermato la Grassi – che la nostra emigrazione è finita, che i nostri connazionali stanno bene e che ci sono nuove forme di mobilità; la mia esperienza invece, dopo anni alla Rai International con un programma di servizio che accoglieva le istanze degli italiani all’estero, mi dice che non è cosi, se non altro per la fascia di prima generazione dei nostri oriundi.

Oggi – ha proseguito la giornalista – con gli immigrati che vengono nel nostro paese, perché siamo alla prima o seconda generazione, stiamo ritrovando alcune tematiche e problemi, alcuni focus di costruzione di territorialità che passano, come quando i nostri connazionali si rivolgevano a noi, per pensioni, fisco, usucapione di case e terreni e cittadinanza”.

Tiziana Grassi ha poi evidenziato come “l’Italia dentro i confini” sia chiamata a riflettere, per quanto concerne le politiche per gli italiani all’estero, sul desiderio di italianità e di riacquisto della cittadinanza perduta portato avanti per motivi identitari e affettivi da parte delle terze e quarte generazioni all’estero. Un filo del discorso, fondato sul senso di appartenenza ereditaria, che l’Italia dovrebbe riprendere. La Grassi ha infine segnalato l’esigenza di raccontare l’immigrazione non attraverso i sensazionalismi giornalistici, ma con la narrazione delle singole storie di integrazione che in Italia sono la maggior parte.

(Goffredo Morgia/Inform)

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