Renzi rilancia sulle banche. E l’Antitrust assolve Boschi

Pubblicato il 23 dicembre 2015 da redazione

Il ministro dei Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi nell'Aula del Senato durante la discussione sulla Legge di Stabilita', Roma, 22 dicembre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il ministro dei Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi nell’Aula del Senato durante la discussione sulla Legge di Stabilita’, Roma, 22 dicembre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

ROMA. – Questo governo ha fatto quanto doveva, quando e come poteva: con il tempo emergerà sempre più chiaramente. Ostenta tranquillità Matteo Renzi con i suoi interlocutori. Il “caso banche” resta ancora centrale non solo nella polemica politica ma anche nel confronto tra istituzioni, mentre prosegue il botta e risposta a distanza tra Roma e Bruxelles.

Ma il premier si mostra concentrato piuttosto sulla riforma delle banche di credito cooperativo e sulla battaglia ‘di sistema’ in Europa contro il rigore. Su quanto accaduto in passato – ragionano nella maggioranza Pd – faranno chiarezza la magistratura e il Parlamento, ma la vicenda Boschi e la polemica “strumentale” contro il ministro viene archiviata dall’Antitrust che risponde ai 5 Stelle che non c’era conflitto d’interesse.

Non è un’iniziativa estemporanea la proposta di legge con cui 42 senatori guidati dal renziano Andrea Marcucci chiedono di istituire una commissione bicamerale d’inchiesta, con i poteri dell’autorità giudiziaria, chiamata a indagare sugli organi di gestione delle banche andate in crisi e sull’efficacia e l’appropriatezza della vigilanza bancaria.

L’inchiesta coprirebbe un arco di tempo che va dal 2000 al 2015, dunque anche gli anni in cui a presiedere la Banca d’Italia c’era Mario Draghi. Ma non è alimentare uno scontro istituzionale l’obiettivo dei promotori. “La nostra – spiega uno di loro – è la più limpida ‘dichiarazione’ che questo governo non ha nulla da temere e non guarda in faccia a nessuno”.

Ma non sfuggono gli effetti potenzialmente deflagranti che una commissione d’inchiesta potrebbe avere, dunque è più che probabile che al dunque alla fine la verifica venga assegnata a una commissione d’indagine. Una decisione, spiega un dirigente Pd, verrà presa con calma nei primi mesi del nuovo anno, quando si confida inizi a calare il “clamore mediatico” e la tensione sulla vicenda.

E non preoccupano gli attacchi di Matteo Salvini o Silvio Berlusconi (“Piove, governo ladro”, ha scherzato oggi il Cavaliere) né l’emergere di un fronte del dissenso nella minoranza Pd. I primi – affermano i renziani – saranno ‘neutralizzati’ dal voto della mozione di sfiducia presentata al Senato. Il secondo – spiegano – era largamente atteso.

Roberto Speranza, esponente di punta della sinistra Dem, avverte di “non dare l’idea che la politica cerchi diversivi”. Perciò boccia la commissione d’inchiesta: “Non servono polveroni o solo parole. Il Parlamento deve fare buone leggi e lasciare le indagini alla magistratura”, scandisce Speranza. Ma le sue parole vengono lasciate cadere nel vuoto dai renziani, che ricordano quanto detto dal premier dal palco della Leopolda: “C’era chi aveva una banca di partito – Mps, la banca ‘rossa’ – che ha fatto crac”.

Quanto ai 5 Stelle, che sono andati a protestare con i risparmiatori davanti a Bankitalia, la convinzione degli uomini vicini al premier è che stiano spostando l’attenzione dopo aver mancato il bersaglio Boschi. Che fossero “balle”, fa notare Ernesto Carbone, lo dimostra la risposta data dall’Antitrust ad Alessandro Di Battista, che aveva sollecitato un pronunciamento su Banca Etruria: “Non c’è conflitto d’interessi” perché non ha partecipato alle riunioni in cui sono stati approvati i provvedimenti sulle banche.

Se un errore c’è stato, osserva qualche renziano, è stato forse del ministero dell’Economia a non comunicare bene subito quanto rilevanti fossero i numeri del salvataggio delle quattro banche e quanto la via fosse obbligata. E se il commissario Jonathan Hill aveva addossato la decisione all’Italia – parole “lunari”, secondo Renzi – ecco che arriva la scelta di far emergere il testo della lettera con cui veniva detto no all’uso del fondo interbancario.

Con le regole europee – volute dalla Germania e avallate da chi allora governava l’Italia, ribadiscono a ogni occasione dal Pd – questo governo non aveva altra scelta. Ora bisognerà fare in modo, ragionano i renziani, che in Europa si cambi davvero rotta, superando il rigore che la Germania continua a difendere. E’ questa la battaglia che Renzi si è intestato. Su questo confida di far passi avanti nel 2016.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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