L’eredità di Obama, ora l’America non torni indietro

Pubblicato il 11 gennaio 2016 da redazione

US President Barack Obama (R) delivers remarks on a ruling of the US Supreme Court regarding the Affordable Care Act, beside US Vice President Joe Biden (L), in the Rose Garden of the White House in Washington DC, USA, 25 June 2015. The Supreme Court ruled 6-3 that tax subsidies that help millions of Americans afford health insurance are legal, upholding a main tenet of the Affordable Care Act - also known as 'Obamacare'.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

US President Barack Obama (R) delivers remarks on a ruling of the US Supreme Court regarding the Affordable Care Act, beside US Vice President Joe Biden (L), in the Rose Garden of the White House in Washington DC, USA, 25 June 2015. The Supreme Court ruled 6-3 that tax subsidies that help millions of Americans afford health insurance are legal, upholding a main tenet of the Affordable Care Act – also known as ‘Obamacare’. EPA/MICHAEL REYNOLDS

NEW YORK. – L’America sta cambiando. Ma quella del cambiamento è una strada difficile, che va portata avanti con tutte le forze, scongiurando il rischio che alla Casa Bianca arrivi qualcuno che vuole un ritorno al passato. Questo il senso del messaggio che Barack Obama si appresta a inviare nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, a tre settimane dal via alle primarie per le presidenziali del 2016.

Si tratta di un momento di svolta per una presidenza che oramai volge al termine, e che cade in un momento fondamentale per determinare la futura leadership del Paese. Un intervento che servirà a fissare una volta per tutte l’eredità del primo presidente afroamericano, che nel 2008 fu accolto quasi come un ‘messia’ al grido di parole come ‘Change’ e ‘Hope’.

Promesse e sfide da far tremare i polsi e rimaste in gran parte nel cassetto. Rese spesso impossibili da una crisi economica senza precedenti e da un Congresso ostile, anche a costo di paralizzare la politica di Washington.

Lo ‘State of the Union’ come sempre sarà ascoltato da milioni di americani in diretta tv, ed è l’ultima occasione che Obama ha per rivolgersi ad una platea così ampia. Parlerà come tradizione davanti a Camera e Senato riuniti in sessione plenaria (tra gli ospiti in tribuna un rifugiato siriano, un ex clandestino e il protagonista della svolta sulle nozze gay).

Ma stavolta il messaggio non sarà rivolto a Capitol Hill, con cui oramai ogni ipotesi di compromesso appare impossibile. Sarà rivolto invece all’opinione pubblica, ai cittadini, perché nelle urne a novembre scelgano chi davvero è in grado di proseguire quel cammino di progresso economico e sociale iniziato anni fa. E che nel 2015 – sottolineerà il presidente – ha portato alla creazione di oltre 2,6 milioni di posti di lavoro.

Spiegano nell’entourage di Obama che non ci sarà da attendersi, come di consueto, un piano di lavoro per i 12 mesi a venire, una lista puntuale di misure e riforme su cui confrontarsi col Congresso. Piuttosto un’agenda simile a una piattaforma elettorale, in cui vengono indicate le politiche da seguire per continuare a costruire un’America migliore da qui ai prossimi dieci anni: lotta ai cambiamenti climatici, controlli sempre più serrati sulle armi da fuoco, necessità di una grande riforma dell’immigrazione, lotta alle ineguaglianze economiche e sociali.

Il tutto respingendo le feroci critiche dei repubblicani che tentano di offuscare i successi raggiunti, minacciando un rovesciamento di fronte: dalla riforma sanitaria ai matrimoni gay. Obama ribadirà quindi anche la sua determinazione ad andare avanti negli ultimi suoi mesi da presidente su questioni come le armi o la chiusura di Guantanamo, ricorrendo ove necessario ai suoi poteri esecutivi. Non ha alcuna intenzione di rassegnarsi al ruolo di ‘anatra zoppa’, e cercherà di essere determinante fino alle ultime settimane del suo mandato.

L’obiettivo generale, però, resta quello di influenzare il più possibile il dibattito della campagna elettorale, avendo in mente soprattutto Hillary Clinton. “Lo sentirete parlare della necessità che ogni americano abbia l’opportunità di partecipare ad un’economia che sta cambiando, e di influenzare una democrazia che sta cambiando. Un’opportunità che devono avere non solo pochi eletti, non solo i milionari o i miliardari. Ma tutti gli americani”. Quegli ‘Everyday Americans’, i cittadini comuni, di ogni giorno, che finora sono stati il principale interlocutore della campagna elettorale dell’ex first lady.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)

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