I prezzi del greggio fuori mercato. Pesano di più i timori macro-economici

Pubblicato il 12 gennaio 2016 da redazione

petrolio

ROMA. – “Cosa è cambiato dal luglio dello scorso anno per avere oggi prezzi del petrolio dimezzati a livelli intorno ai 30 dollari al barile, in calo del 16% da inizio 2016?”. E’ la domanda che si pone Alberto Clò, Direttore delle Rivista Energia ed ex ministro dell’Industria per provare a spiegare un andamento del prezzo del petrolio che sembra non tener conto dei fondamentali del mercato.

“Negli operatori di mercato c’è evidentemente la convinzione che lo scontro Arabia Saudita-Iran (che insieme controllano una produzione 13 milioni barili/giorno) non degeneri”, spiega Clò, “perché il passaggio da una guerra diplomatica ad una guerra ‘guerreggiata’ vedrebbe perdenti entrambi i paesi”. Può invece ritenersi che “abbiano giocato nelle valutazioni degli operatori più che i fondamentali del mercato petrolifero le preoccupazioni sul rallentamento dell’economica mondiale, specie della Cina, le pressioni deflazionistiche americane, l’apprezzamento del dollaro”.

D’altronde, le grandi banche internazionali “prevedono ancora nella media del 2016 un range di prezzi fra i 42 ed i 60 dollari al barile”. Goldman Sachs, in particolare, non esclude la possibilità di un temporaneo crollo a 20 dollari, ma “non si sa se siano previsioni o speranze, operando sui mercati e perché spesso le sue ‘aspettative’ poi sono seguite dai mercati”.

Nella media del 2016 Goldman stima comunque un prezzo a 49,5 dollari, prosegue Clò, “segno che all’attuale caduta dovrebbe far seguito una crescita non indifferente”. C’è chi parla di un’operazione dei produttori dell’Opec per tagliare fuori lo shale gas statunitense: “non credo a questi retroscena, anche perché si è visto che i produttori di shale hanno mostrato una notevole resistenza alla crisi, tagliando i costi e aumentando la produttività, abbassando così l’asticella del break-even”.

Certo, “a 30 dollari il gioco comincia a farsi duro” per i piccoli e medi produttori statunitensi, ma anche per “le majors e i paesi produttori”. E’ ancora difficile capire quando ci sarà la ripresa dei prezzi, ma è certo – guardando ai passati cicli – che “più forte sarà la loro contrazione e quella degli investimenti più forte sarà domani il loro rimbalzo”.

Gli operatori del settore dovrebbero evitare di ripetere i passati errori: dare vita ad una nuova ondata di fusioni e acquisizioni alla ricerca di maggiori dimensioni di scala, nel convincimento che questo crei valore, e l’idea che “tagliare, tagliare, tagliare” possa risolvere i problemi. “E’ un errore perché quando si torna a crescere si soffre poi la scarsità di risorse professionali specializzate, come accaduto nel decennio scorso. Meglio tagliare i dividendi che le teste”, sottolinea Clò.

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