Renzi apre la campagna referendum. O vinco o lascio

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ROMA.- Il gong alla campagna referendaria partirà ufficialmente ad aprile quando al Senato ci sarà l’ultimo ok alla riforma costituzionale. Ma Matteo Renzi è di fatto già in campo: “Se perdo, non solo vado a casa ma smetto di fare politica”, è la posta in gioco destinata a radicalizzare lo scontro al di là del merito.

Il premier, sovrapponendo la battaglia referendaria alla campagna per le amministrative, indica la priorità del 2016. Da conquistare senza fare sconti a nessuno a partire da M5S per i quali, dopo il caso Quarto, è chiaro che “a questo punto non esiste più il monopolio morale”.

Ad una settimana dalla mozione di sfiducia alla Camera contro il governo, il premier difende la correttezza e la trasparenza del governo sul caso banche. E si spende in difesa del ministro Maria Elena Boschi: ha ragione a dire che se il padre venisse indagato non si dimetterà “perchè la responsabilità penale è personale e noi non abbiamo scheletri nell’armadio”.

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli: il leader Pd rivendica il suo garantismo sia nell’inchiesta banche, “la responsabilità non si misura in avvisi di garanzia”, sia per il sindaco grillino Rosa Capuozzo. Per Renzi non si deve dimettere ma “avrebbe dovuto denunciare chi la stava minacciando”.

Ben altra, però, è la lezione politica per il movimento di Grillo: per il leader dem non solo si conferma “la difficoltà a governare come si è visto a Livorno e a Gela” ma cade anche il totem della diversità morale del Movimento. Anche perchè “io la pulizia nel Pd l’ho fatta”, sostiene citando il voto per l’arresto di Francantonio Genovese.

Sarà lunga la corsa fino ad ottobre per il referendum. E se la sconfitta del governo ne determinerà lo show down, la vittoria non cambierà il timing della legislatura. “Rispettare le scadenze naturali è un principio di buon senso”. Anche perchè nell’agenda del premier alcuni obiettivi richiedono tempo, a partire dall’intenzione di “cambiare la politica economica dell’Europa senza imbarcarsi nel cambio dei trattati” e del Fiscal Compact.

Renzi vuole cambiare, sul modello di Obama, la politica europea sull’occupazione mentre in Italia, raggiunto l’obiettivo di andare sotto il 12%, “non è realistico – ammette il premier – raggiungere il 10% nel 2016”. Se la riforma della contrattazione può rientrare nei compiti del governo, se le parti sociali non si danno una mossa, non è, invece, all’ordine del giorno la revisione delle competenze di Consob e Bankitalia.

Renzi è attento ad evitare polemiche tra istituzioni pur osservando che “se qualcuno ha sbagliato va messo in condizione di rispondere”. E pur dicendosi “favorevole” alla commissione d’inchiesta, si mostra consapevole del rischio rissa di un’indagine parlamentare: “Se si deve fare non deve essere solo su Banca Etruria ma sul sistema negli ultimi 15 anni. Massima trasparenza ma no ai processi show”.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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