Petrolio: Mosca trema. Medvedev, prepararsi al peggio

Pubblicato il 13 gennaio 2016 da redazione

Medvedev, prepararsi al peggio

Medvedev, prepararsi al peggio

MOSCA. – Le lunghe feste di fine anno russe sono finite e l’anno nuovo porta in ‘dono’ al Paese una bella cinghia. Da tirare, ovviamente. I conti pubblici, infatti, rischiano di andare fuori controllo a causa dei prezzi da saldo di gas e petrolio. La previsione del greggio a 50 dollari al barile – media su cui si basa il budget del 2016 – sembra ormai solo un sogno irraggiungibile e il governo è dunque costretto a intervenire.

“Le possibilità dello Stato non sono infinite”, ha messo in guardia il premier Dmitri Medvedev. “Se il prezzo del petrolio cala ancora dobbiamo prepararci al peggio”. Una presa di posizione insolitamente negativa che trova spiegazione nelle parole del ministro delle Finanze Anton Siluanov.

Il bilancio pubblico della Russia è “sostenibile con i prezzi del petrolio a 82 dollari al barile” e dunque “la strategia ora dovrà essere cambiata”, ha detto Siluanov. Che ha poi avvertito: “E’ molto probabile che vi sia un’ulteriore riduzione del prezzo del greggio nel prossimo futuro”.

Di male in peggio, dunque. E quindi largo alle misure di emergenza: da un lato una bella ‘spending review’ – con un taglio secco e immediato del 10% alla spesa di ministeri e dicasteri, ipotesi già considerata “ottimista” da Siluanov – e dall’altro gli ‘stress test’ ordinati dal Cremlino per prepararsi a ogni evenienza.

Ovvero tre scenari: inferno (prezzo del greggio a 25 dollari al barile), purgatorio (35 dollari) e, si fa per dire, paradiso (45 dollari). In quest’ultimo caso, infatti, il piano ‘B’ non sarebbe troppo diverso da quanto già immaginato alla Casa Bianca per reggere alla tempesta perfetta che si è abbattuta sulla Russia – prezzi delle materie prime in picchiata, sanzioni e ora volatilità sui mercati dovuta allo ‘slow-down’ cinese. In caso contrario, meglio prepararsi al peggio, per l’appunto.

Così il presidente in persona, Vladimir Putin, si è sentito in dovere di esortare il governo a monitorare con attenzione l’andamento della crisi e di tenersi pronto “a qualsiasi sviluppo”. Non è un caso allora se Medvedev ha evocato lo spettro del 1998, l’anno in cui Mosca si avvitò nella crisi sfociata nel default, anche solo per chiarire quanto le due situazioni siano “assolutamente” imparagonabili. I segnali però non sono buoni.

La povertà in un anno è raddoppiata e nella capitale, durante le feste, si è verificata una crescita notevole di suicidi e di furti che – assicura una fonte di polizia a Interfax – ha tratti in comune con quanto accaduto proprio nella crisi del 1998. Il problema è che non sembra esserci una visione chiara sulla ricetta per affrontare l’inverno dell’economia russa.

Siluanov si è detto contrario a maggiori ipotesi di spesa suggerendo invece una politica di bilancio “frugale”. Peccato che la Banca Centrale lo abbia ‘bacchettato’ poco dopo invitando a spingere col deficit – fino a un indebitamento massimo del 25-30% del Pil – piuttosto che intaccare le riserve nazionali accumulate negli anni del boom del petrolio.

Per fare cassa, poi, si procederà a un sostanzioso piano di privatizzazioni che potrebbe coinvolgere (già nel 2016) pezzi da novanta come Rosneft, il colosso petrolifero di Stato. Ora resta solo da vedere da che parte si schiererà il Cremlino.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)

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