Petrolio a 30 dollari, a rischio le stime di crescita globale

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ROMA. – Non sono solo la Russia di Putin o il Venezuela di Maduro a seguire con trepidazione le quotazioni in caduta libera del petrolio, con un mini-rimbalzo oggi stroncato dalle scorte massicce accumulate negli Usa. Il greggio a 30 dollari sta diventando un serio grattacapo anche per la Bce e la Fed americana, che rischiano di dover rifare i conti e rivedere alcune scelte (soprattutto la prima) di fronte a una crescita globale ancora più fragile del previsto.

Dopo una puntata sotto i 30 dollari, ai minimi dal 2003, il barile ha tentato un rimbalzo del 4%, azzerato dal balzo delle scorte americane a 482,6 milioni di barili. Ma c’è un altro grafico a cui in molti cominciano a prestare attenzione: non è quello dei futures con consegna nei prossimi mesi, ma il forward a cinque anni, crollato a poco più di cinquanta dollari.

Un valore che dà ragione a chi sostiene che i prezzi petroliferi si riprenderanno con una lentezza esasperante, complice anche la domanda indebolita e tutte le incognite che ruotano attorno alla Cina.

Potrebbe essere una manna per i consumi globali, aiutati dai carburanti meno cari (non in Italia, dove il peso delle tasse e una certa rigidità dei produttori consentono aggiustamenti di diesel e benzina molto limitati).

In realtà è una situazione che rischia di esacerbare il ristagno dei prezzi, o la deflazione, in buona parte delle economie avanzate, mettendo in forte difficoltà le banche centrali. E, a ricaduta, pesare sulla crescita economica, visto che consumi e investimenti hanno bisogno di un livello salutare di inflazione.

“Dire quando si toccherà il fondo è come afferrare un coltello che cade”, dice alla Bloomberg un trader smaliziato a Boston. Molto dipenderà da scelte politiche. L’Arabia Saudita ha intenzione di inondare il mondo del suo greggio: per frenare lo sviluppo di fonti energetiche alternative e per non perdere quote di mercato, tanto più che a giorni dovrebbero essere ufficialmente tolte le sanzioni all’arcinemico Iran, pronto ad aumentare la sua produzione di un milione di barili nel solo 2016.

E nonostante in tanti chiedano una riunione d’emergenza dell’Opec prima di giugno, con il Cartello bloccato una guerriglia fra fazioni non c’è nulla in programma. Non è detto che si avverino per forza le previsioni di Citigroup o Goldman Sachs, che invitano a guardare ai 20 dollari al barile.

Ma è chiaro che le previsioni della Bce, 52 dollari di prezzo medio per il 2016 e 57,6 per l’anno dopo, non reggono più. Con il rischio che Draghi, dopo aver deluso i mercati a dicembre allungando (e non espandendo) il quantitative easing, debba cambiare rotta di fronte a un’inflazione di appena lo 0,2% che non promette di risalire (15 la stima per il 2016 con crescita dell’Eurozona a 1,7%).

E anche il percorso di normalizzazione dei tassi Fed è sempre più messo in forse, mentre il Wall Street Journal avverte che un terzo dei produttori Usa di petrolio e gas rischiano la sopravvivenza. Il think tank Bruegel è convinto che i prezzi del greggio siano il “sintomo del rallentamento della crescita globale”, e stima l’impatto sugli esportatori netti.

La Russia, fra sanzioni e riserve bruciate per difendere il cambio, sembra in cima alla lista delle vittime. I sauditi sono protetti da riserve valutarie solide, ma c’è chi, come il Venezuela, si prepara al peggio e “sta valutando” una ristrutturazione del debito della compagnia petrolifera statale e si appella all’Opec per mettere fine alla “guerra dei prezzi”.

In un’economia mondiale alle prese con troppo greggio, l’Europa torna a fare i conti con gli approvvigionamenti di gas: per Nord Stream 2, il gasdotto concordato fra Russia e Germania, l’Italiana Saipem è “uno dei candidati” per la posa dei tubi. L’a.d. di Eni nei giorni scorsi aveva detto che non vi era nulla all’ordine del giorno in termini di partecipazione al progetto, aggiungendo però “che Saipem possa lavorare come contrattista per il NordStream ce lo auguriamo tutti”.

(di Domenico Conti/ANSA)

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