Borse: il petrolio iraniano fa paura. Bruciati i guadagni del 2015

Pubblicato il 16 gennaio 2016 da redazione

petrolio iraniano

NEW YORK. – L’orso torna sui mercati. Le piazze finanziarie globali hanno bruciato 14.000 miliardi di dollari dal picco di giugno scorso e i guadagni del 2015 sono andati in fumo. Una fuga che nelle ultime settimane è accelerata, con la Cina in frenata e il petrolio che affonda. Un calo, quello del greggio, su cui pesa ora l’incognita Iran: con l’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare cadono le sanzioni a Teheran e il petrolio iraniano si appresta ad affacciarsi su un mercato già inondato di greggio, con il rischio di aumentare le pressioni al ribasso.

Il petrolio continua la sua discesa, aggiornando i minimi degli ultimi 12 anni e non lasciando intravedere una fine della caduta libera. I prezzi sono ormai sotto i 30 dollari al barile, e la soglia psicologica dei 20 dollari sembra a portata di mano. Le tensioni all’interno dell’Opec, il boom energetico americano e la Cina in frenata meno affamata di greggio spingono al ribasso le quotazioni.

E ora arriva il petrolio iraniano su un mercato già in crisi per la sovrapproduzione. Consapevole del momento difficile sul mercato, Teheran studia accordi ‘baratto’ per le vendite, con i quali il greggio è pagato dai clienti con beni e servizi. Una modalità che consentirebbe a Teheran di competere in una guerra dei prezzi petroliferi senza svendere il proprio greggio.

Al petrolio sotto pressione, che ha affondato le Borse mondiali, si aggiunge la Cina e l’incognita della sua crescita. I dati ufficiali sul pil 2015 sono attesi martedì, ma il premier Li Keqiang rassicura: è cresciuto quasi del 7%, centrando l’obiettivo di Pechino. Si tratterebbe comunque del tasso di crescita annuale più basso da 25 anni.

E’ proprio sull’affidabilità delle statistiche cinesi che gli analisti sono scettici, così come lo sono sulla capacità del governo di gestire l’economia a fronte degli ultimi scivoloni del mercato. Una scarsa comunicazione, regole nuove difficili da attuare, come i circuit breaker per limitare la volatilità che hanno causato la sospensione degli scambi, sono alcuni degli elementi critici che fanno paura ai mercati.

L’attenzione è anche sulle prossime mosse della Bce e le parole del presidente Mario Draghi. Le misure di allentamento monetario annunciate in dicembre sono state accolte freddamente dai mercati. Un rafforzamento del quantitative easing resta un’ipotesi, come emerge dai verbali dell’ultima riunione. Un rafforzamento che potrebbe arrivare presto se il petrolio a 30 dollari e gli scossoni dalla Cina continueranno a destabilizzare la fragile crescita dell’area euro minacciando la deflazione.

Agli sviluppi globali guarda anche la Fed. Wall Street è da settimane sotto pressione, anche se molti analisti rassicurano: non è il ripetersi del 2008, per ora non c’è una crisi finanziaria che minaccia l’economia reale. Rispetto al 2008 le differenze sono molte, con l’economia americana in una posizione migliore, i consumatori meno indebitati e le banche più forti.

Ma l’attenzione della Fed resta alta dopo il primo aumento dei tassi dal 2006. Le difficoltà delle ultime settimane, e la possibilità di nuovi cali in Borsa, anche del 10% come previsto dal numero uno di BlackRock Larry Fink, hanno spinto gli analisti a rivedere la road map di rialzi della Fed, posticipando la prossima stretta almeno fino a giugno.

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