Davos: trema la fiducia dei manager. In Italia invece prevale l’ottimismo

Davos: alla vigilia del Forum, Di Caprio premiato per il suo impegno verso il pianeta
Davos: alla vigilia del Forum, Di Caprio premiato per il suo impegno verso il pianeta
Davos: alla vigilia del Forum, Di Caprio premiato per il suo impegno verso il pianeta

DAVOS. – Sarà la campagna ‘anti-gufi’ del governo Renzi, oppure l’effetto del jobs act e delle altre riforme in cantiere o semplicemente un effetto-ritardo. L’Italia è in totale controtendenza con il resto del mondo nella Ceo Survey di PriceWaterhouse Coopers, con oltre la metà dei top manager italiani intervistati che si aspetta un 2016 in decisa ripresa. Mentre a livello globale sono appena uno su quattro e le principali economie tirano il freno.

Presentato a Davos, alla vigilia della maxi-kermesse di politici, imprenditori e finanzieri fra le gelide nevi svizzere, lo studio di Pwc, ‘Ridefinire il successo dell’azienda in un mondo che cambia’, ultimato fra novembre e dicembre, non tiene conto del crollo delle borse visto da inizio anno, il petrolio sotto 30 dollari, e le tensioni deflazionistiche, la minaccia di un atterraggio duro in Cina.

E del successo delle aziende ha parlato anche il candidato all’Oscar, Leonardo Di Caprio, sottolineando che “non possiamo permettere che l’ingordigia delle grandi aziende determini il futuro dell’umanità”. Insieme a Di Caprio, fra gli artisti presenti a Davos, anche il violoncellista di origini cinesi Yo-Yo Ma, che si è esibito in un concerto organizzato da Intesa Sanpaolo.

Dallo studio emerge però come da tempo i manager globali sembrassero aver fiutato i venti di crisi dell’anno appena iniziato. Appena il 27% si aspetta un miglioramento della crescita globale quest’anno, contro il 37% di un anno fa. Uno su quattro vede salire il proprio pessimismo e pensa che la crescita frenerà.

Le statistiche sembrano dargli ragione, visto che gli Usa dopo anni di boom sembrano destinati a tirare il freno, e così anche l’Europa (togliendo la parola boom). Per non parlare della Cina che non cresceva così poco da oltre un ventennio. In Italia invece prevale l’ottimismo. Il 55% degli oltre 50 top manager sentiti da Pwc, oltre il doppio del dato complessivo (150 manager in 80 paesi), si aspetta un miglioramento della crescita globale. Oltre il 90% vede ricavi in crescita quest’anno contro l’82% globale, anche se pochi si sbilanciano e solo il 20% ha “molta fiducia” nei prossimi 12 mesi.

La Penisola vede più rosa del resto del mondo anche nell’orizzonte di tre anni. Segno invertito anche sui rischi percepiti dai manager: due terzi dei ceo globali oggi vedono più rischi per l’azienda, in cima c’è la situazione geopolitica. In Italia è il contrario: grazie ai segnali di crescita il 57% vede più opportunità oggi.

In cima ai rischi, in un mondo ancora alle prese con gli eccessi della finanza e un potenziale conflitto regionale in Medio Oriente i ceo indicano nella “sovra-regolamentazione” la prima minaccia, mentre gli italiani, a dispetto dei tagli fiscali, temono un aumento delle tasse. Il gap di prospettiva è significativo rispetto ai manager globali e secondo Nicola Anzivino, partner di Pwc, nasce dalle difficoltà recenti dell’Italia e dall’uscita da una recessione protrattasi per anni.

“Le ultime previsioni danno un Pil in crescita di oltre l’1%, non più lo zero virgola”, e in effetti il governo prevede un’accelerazione dallo 0,5% dell’anno passato a un tasso tre volte più forte, proprio mentre Usa, Eurozona e Cina frenano. Ciò, assieme ad “alcune misure governative” si ripercuote positivamente sui budget delle aziende, sull’ottimismo, sull’occupazione, dove Pwc rileva un 37% dei manager interessati ad aumentare i dipendenti, in lieve aumento dall’anno scorso (in mezzo c’è il jobs act, fra flessibilità e incentivi pubblici alle aziende) specie per chi ha competenze ‘stem’, scienze, tecnologie, ingegneria, matematica.

Il ritardo temporale – suggerisce la survey – fa sì che ora l’Italia agganci quell’accelerata vista altrove nei mesi e anni passati. Ma non si rischia di non agganciarla quella ripresa, ora che sui mercati arrivano forti scossoni e con l’Italia che non ha ancora levato dalla strada un macigno come quegli oltre 200 miliardi di prestiti inesigibili? “Le prospettive sono ancora rosee, non siamo arrivati tardi”, spiega Anzivino in una conference call con la stampa.

“Ci sono tutte le condizioni perché i ceo possano tornare a investire e pensare in grande”. E persino sul tema incandescente del credito, ora “la percezione rispetto al passato è che quello che conta è il merito creditizio, se si hanno progetti credibili le banche italiane sono disposte a finanziarli”, anche se resta un problema per le aziende troppo indebitate.

(Domenico Conti/Ansa)

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