L’Isis in crisi, dimezzati gli stipendi ai combattenti

Pubblicato il 19 gennaio 2016 da redazione

isis

BEIRUT. – La crisi economica c’è anche per l’Isis: il gruppo jihadista ha annunciato di aver dimezzato gli stipendi per i suoi combattenti dopo la riduzione dei proventi petroliferi causati dal danneggiamento dei pozzi nell’est della Siria e della distruzione di una filiale della Banca centrale dello Stato islamico nel nord dell’Iraq.

La stampa britannica ha pubblicato un documento esclusivo proveniente dal direttorato delle finanze dell’Isis a Raqqa, roccaforte jihadista nel nord della Siria. Secondo il testo, datato Safar 1437 secondo il calendario islamico e corrispondente a novembre e dicembre 2015, si afferma “considerando la situazione eccezionale in cui si trova lo Stato islamico è stato deciso di ridurre della metà i salari pagati a tutti i combattenti”.

“E’ una decisione – prosegue il testo la cui autenticità è stata verificata da esperti di documentazione dell’Isis – che non prevede esenzione per nessuno, quale che sia la sua posizione”. Gli stipendi, assicurano i tesorieri dello Stato islamico, saranno distribuiti come sempre due volte al mese.

Secondo ricercatori siriani in contatto con loro parenti e colleghi presenti nei territori dello Stato islamico, prima della riduzione degli stipendi un combattente locale di medio livello guadagnava 350 dollari al mese.

I mujahidin stranieri, per lo più provenienti da Europa e Nordamerica, occupano posizioni più alte e ricevono uno stipendio maggiore che può superare i mille dollari. E’ inoltre previsto un “assegno familiare” per ogni combattente a seconda del numero di mogli (la poligamia è legittima) e di figli a carico.

Nel documento, diffuso da attivisti siriani e pubblicato dal The Independent di Londra, non si danno ragioni della decisione presa. Osservatori occidentali e mediorientali affermano che negli ultimi tre mesi l’Isis ha subito perdite nella raccolta di proventi economici derivanti dalle risorse energetiche.

Questo è dovuto – secondo gli esperti – al danneggiamento dei pozzi di petrolio nella Siria orientale causati dai raid Usa, britannici e francesi (seguiti agli attentati di Parigi) e al più recente bombardamento americano di una filiale del direttorato delle finanze dello Stato islamico a Mosul, capitale dell’Isis in Iraq.

(di Lorenzo Trombetta/ANSA)

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