Gb accusa Putin, fu lui a ordinare la morte di Litvinenko

Pubblicato il 21 gennaio 2016 da redazione

Litvinenko in ospedale in un fermo immagine del Tg1.  ANSA / FERMOIMMAGINE TG1

Litvinenko in ospedale in un fermo immagine del Tg1. ANSA / FERMOIMMAGINE TG1

LONDRA. – E’ appeso a un avverbio, “probabilmente”, il ‘verdetto’ britannico che accusa Vladimir Putin della morte di Aleksandr Litvinenko, avvelenato quasi 10 anni fa nel cuore di Londra con una micidiale dose radioattiva di polonio 210. L’inchiesta ‘pubblica’ affidata dal governo di sua maestà a sir Robert Owen è al capolinea.

E la conclusione resa nota dall’alto magistrato già infiamma, almeno a parole, lo scontro con Mosca: a uccidere “deliberatamente” l’ex ufficiale dell’Fsb (erede del Kgb sovietico), divenuto nemico giurato del Cremlino e dell’ex compagno d’armi Putin, furono Aleksandr Lugovoi e Dmitri Kovtun, altri due veterani della Lubianka; ma questi, con “forte probabilità”, agirono “sotto la direzione dell’Fsb”; e “tenuto conto di tutti gli elementi e le analisi a me disponibili – puntualizza sir Robert – l’operazione dell’Fsb per assassinare Litvinenko fu probabilmente approvata da (Nikolai) Patrushev come anche dal presidente Putin”.

Parole pesate, ma pesantissime. Che chiamano in causa per nome – con accuse tali da offrire a David Cameron il destro per evocare da Davos l’ombra di “uno spaventoso omicidio sponsorizzato da uno Stato” – il leader della seconda potenza nucleare del pianeta e l’allora capo dei servizi segreti interni. E a cui Mosca replica parlando d’una “pseudo-indagine che rovina i rapporti” e ventilando “conseguenze”.

Il rapporto Owen è in realtà pubblico solo in parte. Non pochi documenti e testimonianze restano top secret per volere del governo Cameron e degli 007 dell’MI6. Ma ciò che accredita è pura dinamite. Litvinenko, transfuga a Londra fin dal 2000 dopo essere entrato in rotta di collisione con il Cremlino ed essersi avvicinato all’oligarca-ribelle Boris Berezovski, avrebbe pagato le accuse a Putin e al sistema di potere russo, dalla Cecenia alle presunte infiltrazioni del crimine organizzato, ma soprattutto l’essersi messo al servizio dell’MI6 britannico mentre otteneva la cittadinanza del regno in tempi record.

La sua morte, avvenuta il 23 novembre 2006 al culmine di un’atroce agonia di fronte agli impotenti medici del London’s University College Hospital, fu conseguenza di una sindrome acuta da radiazioni, tre settimane dopo aver bevuto un fatale tè al Pine Bar del Millenium Hotel di Mayfair assieme a Lugovoi e a Kovtun, si legge nel testo.

“Sono sicuro che il signor Lugovoi e il signor Kovtun abbiano messo il polonio 210 nella teiera di Litvinenko al Pine Bar”, afferma senza incertezze Owen. Ma le accuse a questi ‘comprimari’ scolorano di fronte a quelle rivolte ai sancta sanctorum del Cremlino. E – seppure in termini probabilistici – allo ‘zar’ in persona. La convinzione di sir Robert è che l’uso del polonio, isotopo degno dei più sofisticati laboratori militari sia stata una sorta di firma, quasi “un messaggio” in codice ai “traditori”: non sarete mai al sicuro, nemmeno se vi rifugiate a Londra sotto l’ala protettrice degli epigoni di James Bond.

Ma anche in qualche modo di “una faida”, una resa dei conti nella confraternita delle spie dell’ex Kgb. Segnata “indiscutibilmente – sono parole sue – da una dimensione di antagonismo personale” tra Putin e Litvinenko. Sia come sia, il sospetto è ora sul tavolo, in tutta la sua gravità. E Downing Street deve fronteggiare le pressioni di chi chiede risposte dure. Prima fra tutti la vedova della vittima, Marina Litvinenko, per anni indomita in prima linea nella battaglia per ottenere “giustizia per Sasha” e che ora invoca sanzioni individuali e divieto d’ingresso in Gran Bretagna per tutte le persone citate nelle carte, “inclusi Patrushev e Putin”.

Il rapporto – commenta quasi sollevata al fianco del figlio Anatoli, 12enne quando il padre morì – “conferma le parole dette da mio marito sul letto di morte”. Il quale, rivolgendosi ormai stremato e senza un capello in testa a Putin, concluse il suo j’accuse così: “Che Dio ti perdoni per ciò che hai fatto non solo a me, ma all’amata Russia e al suo popolo”.

Il governo Cameron non può tuttavia attendere il giudizio divino. Così è scattata la convocazione dell’ambasciatore russo. Ma al di là della retorica, Norman Smith, commentatore politico della Bbc, intravvede una risposta britannica “cauta e circoscritta”. Anche e soprattutto per le esigenze diplomatiche legate alla Siria e alla guerra all’Isis. Cameron ha fatto balenare un irrigidimento verso Mosca, ma senza citare nuove misure concrete. E lo stesso ministro dell’Interno, Theresa May, presentando il rapporto Owen ai Comuni, ha usato espressioni forti (“terrorismo di Stato”, “inaccettabile violazione delle relazioni internazionali”), ma ha annunciato per ora il congelamento degli asset di Lugovoi e Kovtun, entrambi al sicuro in patria, e poco altro.

“Risposta debole” secondo molti deputati come il ministro ombra laburista, Andy Burnham, che ha reclamato semmai ritorsioni asimmetriche contro l’organizzazione in Russia dei prossimi campionati del mondo di calcio nel 2018. Da Mosca il fuoco preventivo è d’altronde già partito. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri, ha bollato l’inchiesta inglese come “una farsa politicizzata” per “denigrare la Russia”.

Intanto ha ritorto l’arma del sospetto su Londra, invocando “un’indagine obiettiva e imparziale non solo sulla morte di Litvinenko, ma di tutti i cittadini russi, e sono numerosi, che in diverse circostanze, anche molto strane, sono morti e continuano a morire in Gran Bretagna”.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)

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