Venezuela: l’arroganza della delinquenza provoca l’esodo dei nostri giovani

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Non un fatto isolato, ma la punta di un iceberg. Postate su Youtube, le immagini dei detenuti sul tetto del carcere di Porlamar, mentre sparano raffiche di mitra all’aria come ultimo tributo al loro leader assassinato, hanno avuto il merito di mostrare una realtà che, si pensava, esistesse solo nelle pagine dei “mass-media”. Insomma, che fosse frutto dell’esagerazione di un certo tipo di stampa pronta ad alterare i fatti pur di conquistare nuovi lettori.

La delinquenza, oggi, ha superato abbondantemente la capacità di risposta delle istituzioni, in ogni rione e in ogni città. Non più solo nei “barrios”, dove la vita da sempre è una lotteria; ora anche nei quartieri di classe media. Detta le proprie regole, impone la propria legge. E le forze dell’ordine sono sempre più inermi di fronte al loro potere. Le bande si moltiplicano e l’armamento di cui dispongono è sempre più moderno e mortale. I loro “soldati” sono arruolati soprattutto in seno alla micro-criminalità capace di uccidere per un paio di scarpe o un telefonino; una micro-criminalità che quando non è assorbita dalle bande esistenti ne crea di nuove. Sempre più violente, sempre più feroci, sempre più audaci.

Non deve sorprendere, quindi, se nei giorni scorsi a Maracay una banda di malviventi ha imposto il “copri-fuoco” a un intero quartiere dalle 10 alle 11. Motivo? Permettere al corteo funebre di uno dei loro membri, di transitare liberamente senza alcun ostacolo. Nessuno si è ribellato. Avvisati da volantini, minacciati dai membri del “clan”, i negozianti piccoli e grandi hanno abbassato le saracinesche e il trasporto pubblico si è paralizzato. Nessuno si è azzardato, se non qualche sprovveduto cittadino, a transitare per strada. La polizia si è limitata a osservare. Non è intervenuta. L’ha fatto solo dopo che i giornali ne hanno dato notizia e, quindi, non poteva farne a meno.

Un fatto isolato? No. Quanto accaduto a Maracay era già avvenuto in altre città del Venezuela sotto lo sguardo inerme – o indifferente – delle Forze dell’Ordine. Caracas, Valencia, Barinas, Maracaibo, Barquisimeto, Maturin. Ovunque la delinquenza dilaga e la micro-criminalità cresce, si organizza, si arma. Diventa potente e temuta. E provoca l’esodo di giovani venezuelani che cercano all’estero la tranquillità che il Paese non offre, come si evidenzia in uno dei reportage (“Y si lo pensamos bien yo me quedo”) trasmesso dallo stesso canale dello Stato, Venezolana de Televisiòn.

La nostra Collettività, com’è ovvio, non è immune a questo flagello. Furti, estorsioni, borseggi, rapine. Tante le storie. Basta ascoltare le conversazioni dei connazionali nei nostri Centri sociali e Case d’Italia. Sono episodi sussurrati che si moltiplicano tra i tavolinetti dei bar, nelle grade dei campi di calcio o ai bordi delle piscine. Non c’è sorpresa nelle loro parole, solo rassegnazione. E, di volta in volta, il sospiro di sollievo per una disavventura a lieto fine.

Oggi i rapimenti si moltiplicano. Ma non si denunciano per paura. Non alimentano le statistiche, che la polizia preferisce nascondere all’opinione pubblica. Ma la mancanza di cifre credibili e computi reali non vuol dire che l’industria del sequestro non sia fiorente come in passato. Oggi più che mai la Collettività ha bisogno del suo esperto antisequestro.

La Procuratrice della Repubblica, Luisa Ortega Dìaz, nello smentire il dossier dell’Ong messicana “Consiglio Cittadino per la Sicurezza e la Giustizia Penale”, che colloca Caracas al Top della classifica tra le città più violente al mondo con 119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti e Maturin al quinto posto, ha comunque ammesso indirettamente che 17mila 778 omicidi in un anno sono veramente tanti. Troppi. Si tratta di una vera e propria carneficina. Il Venezuela, con un tasso attorno ai 60 morti uccisi ogni 100 mila abitanti non occuperà il primo posto tra i Paesi più violenti ma sicuramente è nella Top-ten.

La delinquenza cresce in maniera esponenziale e non risparmia neanche i venezuelani più umili che, nei “barrios” fanno la fila alle porte dei generi alimentari per acquistare pasta, farina, uova, latte, carne o pollo, se ne trovano. Bande armate di motociclisti seminano il panico e spadroneggiano ovunque.

Si trema anche davanti al nostro Consolato Generale d’Italia a Caracas. Si è rafforzata, com’è giusto che fosse, la sicurezza interna alla struttura. Non ci sono solo documenti delicati, cartelle, certificati e passaporti da proteggere, ma anche, anzi soprattutto, c’è da assicurare l’incolumità del personale. Nulla da eccepire. Qualunque provvedimento in tal senso è benvenuto. Ciò che è incomprensibile, però, è la ragione per la quale, pur avendo spazio all’interno della struttura per accogliere gli utenti che attendono il loro turno per un documento, si obblighi ancora il connazionale a stare in strada.

E’ lecito chiedersi se la loro sicurezza conti meno di quella dei funzionari. Si è provveduto ad avviare il sistema degli appuntamenti, che va comunque rivisto e migliorato, per assicurare al connazionale un miglior servizio. Ma poi lo si lascia attendere in strada, in una delle città più violente al mondo.

La rapida crescita della delinquenza, in Venezuela, è la conseguenza di una crisi economica, politica e sociale dalle proporzioni dantesche. Mentre la politica non riesce a trovare un terreno comune, nel quale incontrarsi per studiare le riforme di cui ha bisogno il paese, la crisi è diventata incontrollabile. Come sostiene il deputato ed economista Josè Guerra, la vendita delle riserve aurifere della nazione è il termometro della gravità della situazione.

Il Venezuela non ha valuta sufficiente per far fronte ai debiti in scadenza. Ha bisogno di quasi 10 miliardi di dollari per evitare lo spettro del default. E intanto, come sostiene la prestigiosa agenzia Bloomberg nel suo dossier annuale, il Paese è nella Top-ten delle nazioni più miserabili al mondo, in compagnia dell’Argentina, del Brasile e della Spagna.

E’ questa una classifica singolare che prende in considerazione numerose variabili economiche, tra le quali l’inflazione, la disoccupazione e il deficit.

Il primato, che i venezuelani cederebbero volentieri ad altri Paesi se fosse possibile, conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, le proiezioni del Fondo monetario Internazionale che prevede, per il Venezuela un’inflazione del 720 per cento e una recessione del 10 per cento. Difficoltà nel reperire generi alimentari, carestia di prodotti per l’igiene e, mancanza d’ogni tipo di medicina. Ma nulla spaventa di più della possibilità di perdere la vita per un telefonino, un paio di scarpe e, oggi, addirittura per un chilo di farina.

(Mauro Bafile/Voce)