Petrolio: Mosca privatizza Rosneft, decisione presa

Pubblicato il 19 febbraio 2016 da redazione

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MOSCA. – Il dado pare tratto. Rosneft, colosso petrolifero russo, una delle gemme più preziose della ‘parure’ statale, entrerà nel piano di privatizzazioni prossimo venturo. “La decisione è presa”, ha detto il ministro per lo Sviluppo Economico Alexei Ulyukayev. Che ha poi sottolineato come gli introiti andranno “interamente” a colmare le (esangui) casse dell’erario. Ora resta da vedere che percentuale della compagnia verrà messa sul mercato, fermo restando uno dei capisaldi della dottrina-Putin in materia di privatizzazione degli asset strategici: il controllo resta nelle mani dello Stato.

Rosneftegas – che amministra per conto del governo i beni pubblici nel settore ‘oil&gas’ – possiede circa il 69,5% di Rosneft mentre il 19,75% è in mano a British BP. Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft e protégé di Putin, fedele al presidente e membro dell’esclusivo ‘club di Pietroburgo’, ha valutato la compagnia sui 100-130 miliardi di dollari e si è sempre opposto alla vendita di quote col prezzo del barile sotto i 100 dollari. Ma quel tempo è passato e ora, col crollo verticale dell’oro nero, bisogna fare di necessità virtù e così Sechin sembra aver avuto la peggio.

L’indicazione data l’anno passato dal ministro delle Finanze Anton Siluanov è che Mosca potrebbe mettere in vendita il 19,5% della compagnia per incamerare 760 milioni di dollari. Il che valuterebbe Rosneft a poco meno di 4 miliardi di dollari. Poco. Al ministero dell’Energia spingono però sull’acceleratore. Il primo vice ministro Alexei Teksler si era detto favorevole a una privatizzazione del 50% delle quote di Bashneft, altro moloch degli idrocarburi. “Vendere a un partner strategico è la via più giusta”, ha spiegato. A completare la ‘troika’ – così come immaginato da Ulyukayev – manca solo Alrosa (estrazione diamanti).

Al di là delle quote, l’altro interrogativo che lascia perplessi gli analisti è chi soddisferà la stringente lista di requisiti stilata da Putin per poter accedere all’acquisto – niente società offshore, niente prestiti elargiti da banche pubbliche, niente società in competizione tra loro. Insomma, l’identikit dell’investitore perfetto – stando a molti analisti – si riduce a 15-20 individui in tutta la Russia, proprietari di grandi asset nazionali, che negli ultimi anni hanno registrato notevoli profitti e ora, in cambio, si rendono disponibili a investire senza chiedere nulla in cambio tranne i possibili dividendi.

Il ‘firewall’ alzato dal Cremlino pare dunque fatto apposta per scoraggiare possibili acquirenti stranieri, anche se il portavoce di Putin ha più volte smentito tale lettura e ha assicurato che la Russia è aperta ai capitali esteri. Ulyukayev, dal canto suo, ha lasciato intendere che i cinesi potrebbero far parte della partita. Di certo c’è che Putin ha affrontato la questione dei bassi prezzi del greggio col Consiglio di Sicurezza della Russia e ha sentito al telefono il re saudita, ufficialmente per parlare di Siria. Ma pare impossibile che la questione petrolio non sia stata affrontata.

Da settimane, infatti, al ministero dell’Energia lavorano pancia a terra per arginare il crollo dell’oro nero pur salvaguardando la quota di mercato russa; un difficile rebus sfociato nell’accordo sul ‘congelamento’ della produzione ai livelli di gennaio. Patto che, stima Mosca, se messo in pratica potrebbe tagliare la metà del surplus di oggi. E spingere in su i prezzi.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)

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