Venezuela: la “rivoluzione” si arrende al Fondo Monetario Internazionale

Pubblicato il 22 febbraio 2016 da redazione

colas-gasolina

Un primo passo. Importante, senza dubbio. Ma null’altro. Da lì a pronosticare una ripresa dei prezzi, come accadde a inizio del mandato dell’estinto presidente Chávez, è un crasso errore. Le condizioni, oggi, sono assai diverse. Simili, in alcuni aspetti, ma solo in apparenza. Lo stesso non si può dire delle strategie dei principali paesi aderenti all’Opec.

Nel 1998, la crisi asiatica ridusse la domanda di greggio. Questa, sommata a un eccesso di offerta, provocò il collasso dei prezzi. Allora il barile di petrolio scese a 14,22 dollari. L’insistenza del presidente Chávez e l’abile azione diplomatica del ministro Rodríguez Araque furono decisive nel frenare prima e nel ribaltare, poi, la tendenza dei prezzi. Durante il mandato dell’estinto presidente, il costo del barile di petrolio aumentò di quasi un mille per cento. Le buone relazioni tra Caracas e Arabia Saudita aiutarono a una politica energetica coerente.

La strategia orientata a provocare un incremento nei prezzi del barile di greggio fu preferita a quella diretta a conservare quote di mercato. L’Opec, all’epoca, ritrovò in parte la disciplina, che non è stata mai la sua principale caratteristica. In effetti, nessuno dei soci dell’organismo, Venezuela in primis, aveva mai rispettato le proprie quote di produzione. Nel 2000, in occasione dei 40 anni dell’Opec, il presidente Chávez ospitava a Caracas, la “Cumbre Mundial” dell’organismo. Lo slogan, “prezzi giusti per consumatori e produttori”. Allora, il barile di greggio già aveva raggiunto i 26 dollari.

La realtà attuale è assai diversa e molto più complessa. E lo sono anche le strategie per superare la crisi dei prezzi. Questa non è solo il risultato della recessione economica che ha colpito con violenza prima i paesi industrializzati e poi la Cina e le nazioni emergenti. Ma anche prodotto dell’irruzione nel mercato di nuovi produttori.

Oggi l’eccesso di greggio è tale che i paesi non hanno più dove stoccare il petrolio. Negli Stati Uniti e in Europa i depositi sono pieni. E si parla, con sempre maggiore insistenza, della possibilità di acquistare petroliere da adibire a strutture di stoccaggio galleggianti. Il prezzo del greggio, che aveva superato la barriera dei 110 dollari il barile, oggi è sempre più vicino ai 25 dollari. E gli analisti della Morgan Stanley ritengono possibile che il barile di greggio, nei prossimi mesi, possa raggiungere i 20 dollari; quelli della Standard Chartered Bank, addirittura i dieci.

Con il barile di petrolio attorno ai 100 dollari, e la pressione dei nuovi produttori di greggio, Arabia Saudita ha scommesso al ribasso, pur di proteggere la propria quota di mercato dall’attacco delle società energetiche specializzate nello scisto bituminoso. Ovvero, dall’aggressiva politica dei nuovi produttori, specie quelli americani, attivi nell’estrazione dello shale oil (il petrolio prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso). Un’attività, questa, redditizia se il prezzo del barile di petrolio è relativamente alto, almeno superiore ai 50 dollari.

La strategia di Arabia Saudita ha sicuramente ottenuto il suo effetto. Ha messo in difficoltà i produttori di shale oil, molti di questi a rischio default, ma ha anche fatto vittime tra soci e non soci dell’Opec. Tra questi, la Russia, che ha messo sul piatto un piano di privatizzazioni per rimpinguare le casse dello Stato, la Nigeria e, naturalmente, il Venezuela.
Chi, come Arabia Saudita, Kuwait e Olanda ha provveduto a creare fondi anticiclici, ai quali ricorrere in caso di prezzi bassi del greggio, ha oggi una riserva sufficiente per coprire le spese pubbliche e far fronte ai costi degli ammortizzatori sociali. Ma questo, purtroppo, non è il caso del Venezuela.

Urgenti, inevitabili. La riduzione accelerata dei prezzi del greggio ha reso imprescindibile l’applicazione improrogabile di provvedimenti di carattere economico. I nodi sono venuti tutti al pettine. Così, suo malgrado, il presidente Maduro ha dovuto modellare un “paquetazo” che ricorda quello proposto dal presidente Carlos Andrès Pèrez, durante il suo secondo mandato; “paquetazo” suggerito, in quel momento, dal Fondo Monetario Internazionale.

In particolare, l’incremento dei prezzi della benzina, la svalutazione della moneta e una maggiore flessibilità nel controllo dei prezzi. In discussione, stando a fonti solitamente ben informate, anche la privatizzazione di attività espropriate qualche anno fa e, oggi, inefficienti. Questo, e altri provvedimenti di stampo fondo-monetarista, sarebbero nell’agenda del presidente della Repubblica.

L’incremento della benzina, nonostante i critici del governo del presidente Maduro, pare andare nella giusta direzione: obbligare a un più razionale uso della benzina, ridurre l’impiego dell’automobile e provocare l’emigrazione degli automobilisti verso il consumo della benzina di 91 ottani, la cui produzione è meno costosa. Inoltre, sebbene il livello dell’incremento, nonostante sia stato del 6.000 per cento, può apparire insufficiente, è pur sempre un primo passo verso un prezzo della benzina meno “politico” e più consone alla realtà.

L’aumento di appena pochi centesimi della benzina di 91 ottani, a prima vista, può sembrare una contraddizione se si compara con quello della benzina di 95 ottani. Ma anch’esso risponde a una strategia ben precisa: ridurre l’impatto dell’aumento nel costo del trasporto pubblico. E così evitare, nel limite del possibile, i pericoli di un altro “caracazo”, la protesta popolare che esplose durante il secondo mandato di Carlos Andrés Pérez e che venne repressa con eccessiva violenza e con un saldo di centinaia di morti.

Quella venezuelana resta sempre la benzina più economica al mondo, appena 0,02 dollari il litro. Il prezzo medio a livello mondiale è di 0,96 dollari. Se il Venezuela è alla base della piramide, Hong Kong, con i suoi 1,76 dollari, è al top.

E così, la rivoluzione socialista ha scoperto il neo-liberalismo e si è arresa al Fondo Monetario Internazionale. Insomma, ha ceduto, com’era inevitabile, alle leggi dell’economia e del mercato. Il pragmatismo economico si è imposto su quello ideologico. E la prematura uscita di scena dell’economista Luis Salas, effimera cometa nel ministero dell’Economica, ne è stato il preludio.

Anche la svalutazione della moneta, da 6,30 a dieci bolivares per dollaro (37%), risulta a prima vista insufficiente. Ma più importante dell’entità della svalutazione è la decisione del governo di unificare il resto dei tassi di cambio. E, come annunciato dal presidente Maduro, rendere quello definito “marginale”, flessibile e soggetto alle regole della domanda e l’offerta. Un primo passo verso l’unificazione dei tassi di cambio e svalutazioni posteriori? Può essere. Resta comunque il fatto che i provvedimenti del presidente Maduro hanno il sapore amaro della resa al Fondo Monetario Internazionale.

Intanto, le difficoltà, per il venezuelano, sono sempre le stesse: carenza di alimenti, mancanza di medicine e incremento della criminalità. Si moltiplicano i tentativi di saccheggio, per il momento prontamente controllati dalle forze dell’ordine. Queste sono oggi impiegate più nel controllo della lunghe file di consumatori alle porte dei supermarket e alla protezione dei generi alimentari che alla lotta contro la criminalità che cresce e si rafforza.

Mentre il presidente Maduro pare stia raccogliendo i frutti di una politica economica che non è riuscita a gettare le basi per uno sviluppo industriale capace di favorire l’indipendenza dal petrolio, l’Opposizione sembra aver ritrovato l’unità attorno alla necessità di un’uscita dalla scena politica del capo dello Stato; una proposta che trova consensi anche nelle file del “chavismo”.

Emendamento costituzionale o referendum? Per il momento il tavolo dell’Unità lavora in ambedue le direzioni. Il chavismo critico, dal canto suo, reclama l’uscita del presidente e una transizione che possa salvare le conquiste ottenute e permettere alla “rivoluzione” un nuovo ossigeno. E all’orizzonte si profila un patto, come quello tanto criticato di “Punto Fijo”, che assicuri l’alternabilità al potere ma anche, in questo caso, il rispetto dell’indipendenza dei poteri pubblici che possa fare da contraltare agli abusi del passato.

Nel frattempo c’è chi si domanda: quale sarà, in questo contesto, il ruolo delle forze armate oggi assai politicizzate?

(Mauro Bafile/Voce)

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