“The Donald” continua a sorprendere. La grande sfida di Obama

Pubblicato il 25 febbraio 2016 da redazione

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NEW YORK – Una meteora? Una cometa destinata a spegnersi senza lasciare alcuna traccia nel firmamento del conservatorismo americano? Né l’uno né l’altro. Gli esperti e analisti che avevano definito Trump un “fuoco di paglia” oggi devono ricredersi. Il magnate newyorchese ha stracciato ogni pronostico. E lo ha fatto nonostante le gaffe collezionate in questi mesi; gaffe che avrebbero distrutto l’immagine di qualunque altro candidato.

Come dimenticare la campagna contro Obama, fatto nascere in Kenya, gli insulti contro le donne messicane, la promessa di costruire un muro nella frontiera messicana, e la proposta anticostituzionale di obbligare i migranti musulmani a un esame di religione? Anche così, Trump resta in sella e continua a mietere successi. L’ultimo, nei caucus in Nevada.

Trionfo, quest’ultimo, in cui il voto latinoamericano se non determinante è stato sicuramente importante. Eppure le comunità “latine” avrebbero dovuto votare Marco Rubio, che ha vissuto per anni in Nevada. Ma, a quanto pare, anche i paradossi, con “The Donald”, possono diventare realtà.

Certo, manca ancora tanto cammino da percorrere. E la corsa trionfale di Trump potrebbe interrompersi improvvisamente. Ma molto dipenderà dal “super-martedì”, quando si voterà in ben 14 Stati. Dal “super-tuesday” in avanti, insistono gli analisti, la corsa del frontrunner repubblicano potrebbe farsi molto più complicata. E, infatti, tanto dipenderà dai candidati oggi in agonia.

Dopo l’appuntamento dell’1 marzo, si avrà un panorama più concreto e, probabilmente, si saprà chi, tra Cruz e Rubio, sarà il rivale di Trump. E cioè, se il Tycoon se la giocherà con l’erede della destra repubblicana, che ha regalato agli americani la guerra in Iraq, o col beniamino del Tea-Party, i giacobini della destra americana. Tra i tre, comunque, il meno pericoloso pare proprio Trump, più pragmatico e senz’altro poco impegnato ideologicamente.

Il magnate del mattone si presenta agli americani, grazie alle gaffe e a certe proposte irrealizzabili, più genuino, meno politico e più vicino all’americano comune; proprio al repubblicano, e qui un’altra grossa contraddizione, che stenta a sbarcare il lunario. Quindi, tanto diverso dall’arcimiliardario.

Per il partito di Abraham Lincoln, Dwight Eisenhower, ma anche della destra di Reagan e della dinastia Bush, lo scenario si presenta inquietante. Il Tycoon newyorchese non è un candidato facilmente classificabile all’interno della nomenklatura repubblicana. E’ un conservatore atipico che, in passato, si è definito democratico e che ha generosamente erogato fondi a candidati di sinistra. Agli stessi Clinton, che probabilmente saranno gli avversari alla corsa alla Casa Bianca.

Nei caucus del “super-martedì” dovrebbe emergere la candidatura di Cruz. E’ lui il favorito, in particolare perché si vota anche nello Stato del Texas; stato con una numerosa comunità latinoamericana e del quale Cruz è stato senatore. Ma i pronostici, oramai, lasciano il tempo che trovano. Infatti, nel Nevada, il grande favorito era Marco Rubio che vi ha vissuto da ragazzo e poteva contare su una comunità “latina” assai numerosa. Ma proprio i latinoamericani pare abbiano determinato il trionfo di Trump, il candidato che li ha chiamati “ladri e stupratori” e che ha promesso di costruire muri lungo la frontiera col Messico.

“The Donald”, con la sua vittoria nel Nevada, ha sfatato anche un altro mito: l’organizzazione capillare nel territorio. Sempre dando retta agli analisti, questa non sarebbe la principale caratteristica di Trump. Tutto indicava, quindi, la vittoria di Rubio, specialmente dopo la polemica a distanza tra il magnate e il Papa e le manifeste simpatie del Tycoon per Putin. Nulla di più errato.

E ora l’establishment repubblicano è realmente preoccupato. Se qualche mese fa assumeva la presenza di Trump nella campagna elettorale come un fenomeno folclorico, una bolla di sapone destinata a scomparire; oggi, teme che il candidato possa essere in grado di raccogliere il maggior numero di preferenze. Da qui, il tentativo di compattarsi attorno alla figura di Marco Rubio, meno estremista e più presentabile agli elettori americani. Oggi fermare il magnate del mattone appare un’impresa difficile se non impossibile.

In casa del partito dell’asinello, la lotta è sempre tra Clinton e Sanders. Dopo aver salvato la faccia per poco nello Iowa, e aver perso sonoramente nel New Hampshire, nel Nevada ha battuto nuovamente Sanders. Può quindi, tirare un sospiro di sollievo. Nel “super-Tuesday” la Clinton appare come la grande favorita. Anche in questa occasione, comunque, il voto dei giovani, quello delle minoranze e degli afro-americani sarà determinante.

Sanders, con grande fair play, ha subito telefonato a Hillary Clinton per congratularsi, una volta conosciuti i primi risultati nel Nevada. Quello della ex first Lady è stato un trionfo di misura ma comunque importante.

Per Hillary Clinton la corsa alla “nomination” appare oggi più difficile e complicata di quanto sembrava qualche mese fa. Sanders è un candidato difficile da battere. I giochi, in casa dell’asinello, son lungi dall’essere fatti. E gli analisti non scartano capovolgimenti di fronte e grosse sorprese. E una grossa sorpresa sarebbe il rush finale, per la Casa Bianca, tra il magnate newyorchese, reazionario e xenofobo; e il professore “socialista”, progressista e liberale.

Mentre i candidati si affrontano sul terreno elettorale, il presidente Obama combatte la sua battaglia personale; quella per restare nella storia. E non vacilla ad affrontare con determinazione l’opposizione del Parlamento, a maggioranza repubblicana. Nonostante le minacce del Congresso, che ha assicurato che si opporrà a ogni proposta del presidente, ha promesso che nei prossimi giorni, e senz’altro prima della fine del suo mandato, presenterà un candidato al posto lasciato vacante dall’improvvisa morte di Antonin Scalia nella Suprema Corte, il primo connazionale ad aver ottenuto una così alta investitura.

Non solo, il presidente Obama ha sfidato le ire della maggioranza repubblicana nel confermare il prossimo viaggio in terra cubana; viaggio che avverrà a marzo. E, ciliegina sulla torta, ha annunciato che presenterà al Parlamento, per la sua approvazione, un programma che permetterà di chiudere definitivamente il carcere di Guantanamo, dove ai tempi di Bush furono racchiusi terroristi veri e sospetti, prigionieri di guerra o ritenuti tali. Prigionieri e terroristi sottomessi a umiliazioni e torture che restano un’offesa per i Diritti Umani.

Lo scontro, nei prossimi mesi, sarà frontale e avrà sicuramente riflessi sulla campagna elettorale.

(Flavia Romani/Voce)

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