G20 tra timori per la crescita e prezzi del petrolio

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PECHINO. – Le rassicurazioni date nell’ultima settimana, insistenti e ripetute su economia e stabilità dello yuan, non hanno sortito gli effetti sperati alla vigilia del G20 finanziario che, tra timori sulla crescita e tracollo dei prezzi del petrolio, vedrà i riflettori puntati su Pechino: le borse cinesi hanno vissuto un’altra seduta di grande volatilità, più che dimezzando il rally del 10% accumulato da fine gennaio. Shanghai ha accusato un tonfo del 6,41% e Shenzhen ha fatto peggio, a -7,34, quando Tokyo (+1,41%), listini europei (+2,3 Milano e +2,43 Londra) e Wall Street si sono mossi nell’altra direzione.

Il siluramento del criticato Xiao Gang dalla guida della China Securities Regulatory Commission, la Consob cinese, e l’arrivo Liu Shiyu, ex presidente della Agricultural Bank of China ed ex vicegovernatore della Banca centrale cinese, hanno portato serenità per lo spazio di un giorno, troppo poco. A nulla sono valsi i messaggi sull’economia “che acquista compostezza” e sulla Cina che ha “strumenti” per fronteggiare le difficoltà “in nuove sfide e rischi”, come ha detto il premier Li Keqiang al presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, o i report del ministero del Commercio sui consumi in risalita.

Il nuovo scossone dei listini, che rimanda alle scosse estive del 2015, conferma l’estrema volatilità e mette il governo in difficoltà mentre si prepara a ospitare venerdì e sabato, a Shanghai, il G20 con ministri finanziari e banchieri centrali.

La guida cinese, nei piani del presidente Xi Jinping, avrebbe dovuto rilanciare la ridefinizione della governance globale, con Pechino in un ruolo di primo piano. Con una crescita economica ai minimi degli ultimi 25 anni, listini azionari quasi dimezzati dalla scorsa estate (sono andati in fumo oltre 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione), lo yuan che continua a indebolirsi e diverse centinaia di miliardi in libera uscita verso l’estero, gli sforzi principali saranno diretti a dare rassicurazioni.

Il ministro delle Finanze Lou Jiwei, in un’intervista, ha escluso l’ipotesi (“solo fantasia”) di “accordo del Plaza” in linea con quello del 1985 per stabilizzare i cambi, mentre il vice Zhu Guangyao ha parlato di stimoli fiscali per l’economia. “I Paesi con margini di manovra – ha osservato – dovrebbero attivare manovre espansive”. La Cina è pronta a sostenere un deficit del budget fino al 4% rispetto al Pil a copertura del taglio delle tasse societarie.

In un documento redatto in vista del G20, il Fmi ha messo in guardia contro il rischio di turbolenze sui mercati, in ripresa ma vulnerabili, sollecitando misure per l’economia reale. Il segretario al Tesoro Usa, Jack Lew, ha smorzato l’allarme, anche il monito del Fondo è indirizzato all’Europa che deve agire anche sul fronte dei migranti, con azioni di sostegno dell’integrazione nella forza lavoro.

Alla vigilia del summit dello Shangri-La Hotel di Pudong, il quartiere finanziario avveniristico di Shanghai, non sembra che linee “realmente concrete” possano emergere: ancora una volta, l’attesa è innanzitutto per la conferenza stampa, in vista delle “rassicurazioni”, che il governatore della Banca centrale cinese (Pboc) Zhou Xiaochuan terrà ben prima che si aprano i lavori.

(di Antonio Fatiguso/ANSA)

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