Usa 2016: Super Martedì, è già sfida Clinton-Trump

Pubblicato il 29 febbraio 2016 da redazione

hillary

WASHINGTON. – Alla fine il testa a testa sarà tra Donald Trump e Hillary Clinton: i dubbi sono ormai davvero pochi. Il Super Martedì, il giorno della verità nelle primarie americane che delineerà il primo marzo la corsa alla Casa Bianca giunge preceduto da questa notizia. La conferma cioè di quanto da tempo è sotto gli occhi di tutti e allo stesso tempo la ‘sorpresa’ che ha reso la campagna elettorale fin qui tesa, nervosa e sfuggente anche per gli osservatori più allenati.

C’è da una parte – con Trump – il fenomeno dell’antipolitica che non accenna a sgonfiarsi e dall’altra la massima espressione di establishment e dinastia politica, con Clinton. Un quadro che innesca la sfida al tutto e per tutto con l’appuntamento elettorale che fa incetta di delegati a fungere da spartiacque per chi resta e chi soccombe.

Secondo un sondaggio Cnn/Orc, Trump ha aumentato il suo vantaggio a livello nazionale portandolo a oltre 30 punti sugli inseguitori, col 49% delle preferenze contro il 16% di Marco Rubio e il 15% di Ted Cruz. In campo democratico Hillary Clinton è avanti di quasi 20 punti su Bernie Sanders, col 55% dei consensi contro il 38% del senatore. Sarà quindi la maratona elettorale in cui vengono interpellati 12 Stati (11 per i democratici) più un territorio (le Samoa, ma solo per i democratici) tra primarie e caucus, le assemblee di elettori, a stabilire il destino degli sfidanti. A partire dal senatore ‘liberal’ del Vermont che potrebbe vedere di fatto fermarsi qui la sua sorprendente cavalcata al grido di “rivoluzione politica”.

Per i democratici sono in palio in tutto 865 delegati, ovvero più di un terzo di quelli necessari per la nomination. E Hillary è già in vantaggio, ancor più dopo la vittoria schiacciante di sabato in South Carolina. Manca solo la cosiddetta certezza matematica, quella che il Super Tuesday potrebbe conferirle, tanto più che si profila nelle prossime ore un nuovo importante endorsement, quello del Pac (meccanismo di finanziamento) del caucus ispanico al Congresso dopo quello afroamericano. E allora la chiave di volta è il Texas, che mette in palio 251 delegati democratici.

Lo è anche per i repubblicani che in Texas si aggiudicano 151 delegati. Ted Cruz ci conta particolarmente, lui gioca in casa ed è già volato a presidiare il suo territorio dove è in leggero vantaggio. Ma che alla fine prevalga non è completamente scontato: Donald Trump è forte. E poco sembrano contare le polemiche che anche in queste ore non si placano.

In un comizio a Radford, in Virginia, Trump viene nuovamente contestato e ancora una volta i manifestanti vengono allontanati dall’auditorium, alcuni additati proprio dal candidato repubblicano sul palco. Tra loro ci sono anche attivisti del gruppo ‘black lives matter’, dando voce alle proteste per l’endorsement di David Duke, ex numero uno del Ku Klux Klan, che ha invitato a fare campagna per il tycoon newyorchese e dal quale Trump è accusato di non essersi dissociato in maniera chiara.

Ma Trump va dritto per la sua strada, e prosegue con gli stessi ‘acuti’ populisti che hanno prodotto fino ad ora consenso e sgomento allo stesso tempo. Persino la Casa Bianca non si sottrae alle domande: manifesta a chiare lettere “preoccupazione e allarme”, che Trump suscita anche al di fuori degli Stati Uniti, sottolinea il portavoce Josh Earnest.

Quello che dice il tycoon – ha aggiunto – “ha un impatto sulla reputazione del nostro Paese”. Al momento ha anche un impatto e fragoroso sul partito repubblicano, perché Trump lo ha gettato nel caos. O meglio, ne ha svelato crepe profonde, lacune ed errori. Ne è il prodotto, secondo alcuni, anche di quella politica al vetriolo contro l’amministrazione Obama cui il ‘Grand Old Party’ (Gop) ha dedicato energie copiose mentre poco spazio sembra aver lasciato a nutrire un progetto unitario necessario per tornare alla Casa Bianca.

E allora i paladini dell’unità annaspano. Marco Rubio ha bisogno di un miracolo per spuntarla su Trump nel Super Tuesday dati i numeri e considerato che in Florida, il suo Stato, non si vota ancora. Però tenta il tutto e per tutto: ad Atlanta si sbraccia in lunghi interventi, la voce rauca dopo maratona di comizi con al fianco la presenza ormai costante di Nikky Haley, governatore della South Carolina, come a confermare che questo è il campo dei moderati, dove possano addirittura confluire i cosiddetti ‘democratici reaganiani’ spaventati dalla possibile virata a sinistra di Hillary Clinton spinta dalla presenza in campo di Bernie Sanders.

E poi c’è il fantasma della Libia, rievocato in queste ore da un lungo speciale del New York Times che scandisce, punto per punto, il ruolo della ex segretario di Stato, “più interventista del presidente Barack Obama”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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