Putin ritira le truppe dalla Siria, ma restano le basi militari russe

Pubblicato il 15 marzo 2016 da redazione

FILE - In this Jan. 31, 2014 file photo released by the United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), shows residents of the besieged Palestinian camp of Yarmouk, queuing to receive food supplies, in Damascus, Syria. That year, the U.N. was able to deliver food to about five percent of people in besieged areas including Yarmouk, while today estimates show the organization is reaching less than one percent.(UNRWA via AP, File)

FILE – In this Jan. 31, 2014 file photo released by the United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), shows residents of the besieged Palestinian camp of Yarmouk, queuing to receive food supplies, in Damascus, Syria. That year, the U.N. was able to deliver food to about five percent of people in besieged areas including Yarmouk, while today estimates show the organization is reaching less than one percent.(UNRWA via AP, File)

BEIRUT. – Con una mossa a sorpresa, Vladimir Putin ha ordinato il ritiro della “maggior parte” delle forze russe dalla Siria, motivando la decisione con l’intento di facilitare i negoziati ripresi a Ginevra tra governo e opposizioni. Negoziati che l’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura, ha definito come “il momento della verità”, mentre il cessate il fuoco è arrivato inaspettatamente al diciassettesimo giorno. Il ritiro russo comincerà oggi, quinto anniversario dell’inizio della spaventosa spirale di violenza che ha messo in ginocchio il Paese.

Il capo del Cremlino, citato dalle agenzie russe, ha detto che “gli obiettivi sono stati raggiunti”, le forze russe hanno “creato le condizioni per far iniziare il processo di pace” e ora il loro ritiro può essere “una buona motivazione per dare inizio ai negoziati politici tra le forze del paese”.

Putin ha informato della decisione in una conversazione telefonica il presidente siriano Bashar al Assad, il quale – riferisce il Cremlino – gli avrebbe assicurato di “essere pronto a iniziare il processo politico il più presto possibile”. Ma intorno al significato della decisione dello ‘zar’ rimangono alcuni dubbi.

Primo perché Mosca non ha mai ammesso il dispiegamento di truppe sul terreno, bensì solo di forze aree impegnate dal 30 settembre scorso in raid per quello che è stato sempre presentato come l’obiettivo dell’operazione, la lotta al terrorismo. E l’Isis, escluso dal cessate il fuoco in vigore dal 27 febbraio, rimane padrone di vaste regioni, tra cui quella di Palmira, dove le forze governative stanno avanzando proprio con l’appoggio dei bombardamenti russi.

In secondo luogo, rimarrà operativo, insieme alla base navale di Tartus, l’aeroporto russo di Hemeimeem, nella provincia di Latakia, da cui partono i raid.

Intanto una delegazione del regime siriano ha incontrato a Ginevra de Mistura nella prima giornata del nuovo round negoziale. Governo e opposizione sono giunti nella città svizzera per riprendere separatamente con l’inviato dell’Onu le trattative che erano state sospese il 3 febbraio a causa di un’offensiva governativa nel nord sostenuta da massicci bombardamenti russi.

“Non c’è nessun ‘piano B’ – ha avvertito de Mistura -. Se falliscono le trattative si torna alla guerra, che sarà peggiore di prima”. Ma il percorso da affrontare è lungo e accidentato perché, ha sottolineato ancora de Mistura, “la vera questione da affrontare, la madre di tutte le questioni, è la transizione politica”.

E su questo le posizioni restano molto distanti. Continuano nel frattempo gli sforzi delle organizzazioni umanitarie per portare soccorso alle popolazioni assediate approfittando della cessazione delle ostilità. Ma in una dichiarazione congiunta le principali agenzie delle Nazioni Unite e i loro partner hanno detto di non essere riuscite finora a raggiungere nemmeno il 20 per cento dei civili interessati, mentre sui dati ci sono opinioni contrastanti.

Secondo l’Onu, gli abitanti delle aree assediate sono circa mezzo milione, mentre Medici senza Frontiere ha parlato di 1,9 milioni di persone. Le sofferenze più gravi sono quelle dei bambini, come ha ricordato in un rapporto l’Unicef: sono 8,4 milioni, pari all’80 per cento, quelli colpiti in qualche modo dal conflitto. Sette milioni vivono in povertà, mentre 3,7 milioni sono nati dopo l’inizio della guerra, e quindi non conoscono altra realtà.

Dopo il primo incontro con de Mistura, l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari, che guida la delegazione di Damasco, ha detto che il colloquio è stato “positivo e costruttivo” e che le due parti torneranno a vedersi oggi.

Prima il rappresentante dell’Onu incontrerà la delegazione delle opposizioni, denominata Alto consiglio per i negoziati (Hnc). Ma nessuno si nasconde che lo scoglio contro il quale rischiano di infrangersi i negoziati è il ruolo di Assad nel futuro del Paese, di cui non a caso non hanno parlato Putin e il rais nella loro telefonata.

De Mistura insiste sulla necessità di tenere elezioni presidenziali entro i prossimi 18 mesi. Le opposizioni pretendono l’uscita di scena del capo del regime, mentre la delegazione governativa ribadisce che le trattative devono procedere senza “precondizioni”. Inoltre, a pesare sul percorso negoziale è l’assenza delle forze curde che controllano vaste regioni nel nord della Siria, e che la Russia ha chiesto inutilmente di far sedere al tavolo delle trattative.

(Alberto Zanconato/Ansa)

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