Ue, non faremo rimpatri a tappeto. Ma l’Italia faccia di più

Pubblicato il 16 marzo 2016 da redazione

Migrants cast their reflection in a muddy puddle, while waiting in line for tea and bread in a makeshift camp at the northern Greek border post of Idomeni, Wednesday, March 16, 2016. Hundreds of migrants and refugees walked out Monday of an overcrowded camp on the Greek-Macedonian border, determined to use a dangerous crossing to head north but were returned to Greece. (ANSA/AP Photo/Boris Grdanoski)

Migrants cast their reflection in a muddy puddle, while waiting in line for tea and bread in a makeshift camp at the northern Greek border post of Idomeni, Wednesday, March 16, 2016. Hundreds of migrants and refugees walked out Monday of an overcrowded camp on the Greek-Macedonian border, determined to use a dangerous crossing to head north but were returned to Greece. (ANSA/AP Photo/Boris Grdanoski)

BRUXELLES. – Bruxelles, impegnata in complicati negoziati dell’ultim’ora per risolvere il difficile puzzle dell’intesa con la Turchia sulla crisi dei migranti per il vertice dei leader Ue di domani, sollecita gli Stati membri a ricollocare almeno 20mila richiedenti asilo da Italia e Grecia entro il 16 maggio e promette che non farà rimpatri indiscriminati. Mentre all’Italia chiede di aumentare il numero dei centri per gli immigrati illegali, “estremamente limitati e al di sotto della soglia dichiarata nella roadmap” perché la situazione pone “serie sfide per la rapida attuazione delle operazioni di rimpatrio”.

Ma alla vigilia del summit è il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker a gelare le aspettative di Ankara: “La Turchia non è matura per l’ingresso nell’Ue”, dice in un’intervista all’Handelsblatt. “E io credo non lo sarà neppure in 10 anni”, aggiunge Juncker, sostenendo tuttavia di essere “cautamente ottimista” su un’intesa con Ankara sui profughi.

Col proseguire massiccio dei flussi intanto, secondo l’Unhcr, potrebbero essere oltre 100mila i migranti che resteranno bloccati in Grecia entro un mese. Dall’inizio del 2015 ne sono arrivati oltre un milione. Ma gli sbarchi stanno riprendendo in modo consistente anche dalle coste libiche verso l’Italia.

Nel Canale di Sicilia sono stati soccorsi 1.467 migranti e recuperati tre cadaveri: con l’arrivo della bella stagione, e la chiusura della rotta balcanica, i mesi a venire appaiono critici. Per questo motivo i leader Ue dedicheranno parte della loro discussione alla necessità di prevenire nuove emergenze sulle rotte alternative, come quella adriatica attraverso l’Albania, mentre l’Austria ha già annunciato di voler sollevare la questione delle frontiere al Brennero.

Sul fronte dell’intesa Ue-Turchia, dopo l’accordo di principio siglato il 7 marzo, la situazione resta complessa. L’Ue sembra infatti pronta ad offrire ad Ankara molto meno di quanto la Mezzaluna chiede. “C’è ancora molto da fare”, avverte il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk. “Il catalogo delle questioni da risolvere è lungo”.

“E’ giusto fare l’accordo con la Turchia ma ci sono principi che sono per noi fondamentali, a partire dai diritti umani e dalla libertà di stampa”, avverte il premier Matteo Renzi. La Commissione Ue, con una comunicazione in cui dettaglia gli aspetti legali, operativi e finanziari sulla fattibilità, tenta di dare una mano.

Il vicepresidente vicario Frans Timmermans, nel presentare il lavoro, cerca di fugare i dubbi: “Non ci saranno rimpatri a tappeto o respingimenti, il diritto internazionale e Ue sarà rispettato. Grecia e Turchia non diventeranno enormi campi per i rifugiati”. Svezia, Lussemburgo, Italia, Spagna sono stati tra i Paesi più critici su questo aspetto.

Per la liberalizzazione dei visti “non ci saranno scorciatoie”, avverte Timmermans: se Ankara vuole raggiungere l’obiettivo entro giugno, dovrà dimostrare di aver onorato il grosso dei 37 benchmark che le restano, a fine aprile. Francia e Austria hanno dimostrato di essere le più dure sul punto.

Per i reinsediamenti del meccanismo di scambio ‘uno a uno’ (un siriano in Europa legalmente, per uno respinto), sarà “una misura temporanea e straordinaria” e non prevederà nuovi impegni degli Stati: si utilizzeranno i 18mila reinsediamenti disponibili dei 22.500 decisi a luglio ed i 54mila ricollocamenti di cui l’Ungheria non ha beneficiato. Una rassicurazione per i quattro Paesi di Visegrad che più di altri spingono sulla questione. Nel ‘non paper’ (documento non ufficiale) di Tusk si spiega che nel caso si dovesse andare oltre, l’accordo “dovrebbe essere rivisto”, cioè cesserebbe.

“Basteranno settimane per capire se il meccanismo funziona, se i flussi si arrestano “si passerà da questo meccanismo ad uno schema di riammissioni permanenti”, altrimenti “finirà”, spiegano fonti Ue. Anche sui negoziati per l’adesione, l’Unione “non offre una corsa gratis”, ha spiegato Timmermans. Questo è forse il punto più controverso, dopo la minaccia di veto del presidente cipriota Nikos Anastasiades.

Il ministro degli Affari europei di Ankara, Volkan Bozkir ha reagito: “L’Ue non deve permettere ai capricci di Cipro di rovinare l’accordo”. Ma le parole arrivate in serata da Juncker sono chiarissime. Quanto ai tre miliardi aggiuntivi che Ankara chiede, l’Europa sembra disposta solo ad accelerare sui tre già previsti, per poi sedersi di nuovo al tavolo, ma in futuro. Intanto la Macedonia ha spostato al confine con la Grecia un numero imprecisato di truppe, stazionate da tempo in prossimità del centro di accoglienza di Gevgelija.

(di Patrizia Antonini/ANSA)

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