Essere donna, più essere emigrante. Essere di piú

Pubblicato il 18 marzo 2016 da redazione

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NEW YORK: Un salone allegro, solare, nel quale il giallo delle mimose si confondeva con quello dei dettagli che adornavano i tavoli e anche l’abbigliamento di molte donne, ha accolto i tanti, tantissimi ospiti arrivati a festeggiare la Festa della Donna nell’Associazione che riunisce gli oriundi di Orsogna a New York. Pochi gli uomini ma tantissime le donne che hanno risposto all’invito dell’attivissima Maria Fosco che con passione e meticolosità ha organizzato una grande festa per festeggiare le donne, la seconda da quando è nata l’associazione.

– Eravamo abituati a celebrare tante altre feste ma mai quella delle donne, molti neanche sapevano che esisteva un giorno dedicato alle donne e molto meno conoscevano la storia di quel tragico giorno dal quale nasce questa ricorrenza – ci dice Maria Fosco mentre segue ogni dettaglio e assiste con soddisfazione all’arrivo costante degli invitati.

Tutti la salutano con grande affetto e stima.

– L’anno scorso, per la prima volta – racconta ancora Maria Fosco – abbiamo deciso di celebrare questa festa e il successo è stato tale che mi hanno chiesto di riproporla anche quest’anno. La voce si è estesa e quasi non avevamo più posto per far sedere tutti. È stata una vera allegria.

Maria Fosco ha assorbito la sua forza, la determinazione, dalla mamma Filomena, donna splendida, solare, che ha insegnato alle figlie il valore dell’indipendenza e il rispetto per sé stesse. Purtroppo in questa occasione non ha potuto essere presente e la sua mancanza è stata vissuta da tutti con tristezza.

Il salone dell’associazione si è riempito di donne di tre, a volte quattro, generazioni. Nei volti delle più anziane la forza di chi ha saputo mantenere e tramandare le radici e la cultura italiane pur essendo ormai negli Stati Uniti da tantissimi anni.

Il presidente della Orsogna Mutual Aid Society, Tony Ferrari, e la presidentessa del Comitato donne, hanno rivolto un caloroso benvenuto a tutti i presenti e hanno dato la parola alla Console Isabella Periotto, che ha portato i saluti della Console Generale, ormai in partenza, e ha ribadito l’importanza di una celebrazione nella quale le donne sono protagoniste. È stata poi la volta dell’on. Aravella Simotas, giovane figlia di greci, eletta nella circoscrizione di Astoria, che ha voluto essere presente per dare un saluto come donna e come figlia di emigranti.

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Josephine A. Maietta, cavaliere e Presidente dell’Associazione degli Educatori Italo-Americani, affiliata all’Università Hofstra, è stata la prima relatrice della giornata. Con il suo carattere esplosivo, un sorriso che la illumina tutta e un’energia contagiosa, Josephine Maietta è arrivata sul palco con una grande foto della fabbrica Triangle di New York che si incendiò il 25 marzo del 1911 causando la morte di 146 persone, 123 donne e 23 uomini, per la maggior parte giovani immigrati italiani ed ebrei.

Maietta dopo aver parlato del tragico incidente e aver spiegato il valore dell’8 marzo e il significato del colore giallo delle mimose, ha parlato della sua esperienza come docente di italiano spiegando quanto sia importante la lingua come veicolo culturale. La sua esperienza in materia è molto estesa essendo anche nella direttiva della IACE (Italian American Committee on Education) e della Italian Heritage & Cultural Month Committee in New York. Ha ricevuto la decorazione di Cavaliere dell’Ordine della Stella della Solidarietà dal Presidente della Repubblica italiana e Lady, più tardi Commander, del Holy Order of the Sepulcher of Jerusalem dal Holiness Pope John Paul II.

Relatore principale della giornata è stata la nostra Mariza Bafile che era visibilmente emozionata nel vedere tante persone, soprattutto donne e quasi tutte abruzzesi, riunite lì per ricordare il percorso femminile di un’emigrazione troppe volte studiata attraverso l’operato, il pensiero e i sacrifici degli uomini.

Bafile che ha iniziato il suo intervento rivolgendosi alle più giovani per spiegare il significato del titolo “Essere donna + essere emigrante = essere di più” e far capire il grande privilegio di avere delle madri così forti, determinate e coraggiose, ha tracciato il percorso storico dell’emigrazione sottolineando la differenza tra quella che è partita a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, e il secondo esodo emigrato dopo la seconda guerra mondiale.

“Tra la fine dell’800 e tutto il ‘900 – ha detto Mariza Bafile – sono partiti più di 29 milioni di italiani. Nessun paese europeo ha subito un esodo così grande. Partivano da tutta l’Italia, all’inizio prevalentemente dalle regioni del nord come Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte ma poi anche sempre di più dalle regioni del sud. Paesi interi si sono spopolati e oggi restano luoghi fantasmi che riprendono vita in estate quando gli emigrati tornano a trascorrervi le vacanze. Si calcola che nell’ultimo periodo dell’800 emigravano circa 90mila persone l’anno, poi dal 1900 le partenze sono aumentate fino a raggiungere una punta massima di 870mila nel 1913.

L’emigrazione riprese dopo la prima guerra mondiale, raggiungendo nel 1920 le 615.000 unità e si mantenne sempre alta fino al 1927, quando il fascismo chiuse il flusso migratorio.

Quei primi emigrati venivano da famiglie molto povere, in genere contadine, che cercavano nuovi orizzonti per scappare dalla fame e dalle malattie che erano in gran parte conseguenza proprio della carenza nutrizionale. I paesi in cui si diressero in quel primo esodo furono gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina.

Durante i viaggi in mare, realizzati in condizioni inumane, moriva circa il 25 per cento delle persone e quando arrivavano finalmente a destinazione dovevano affrontare il rifiuto delle popolazioni locali che non capivano le loro abitudini, culture e li trattavano come esseri inferiori. Solo i lavori piú umili erano possibili per i nostri primi emigrati.

Per le donne, in particolare, quello è stato un cammino molto amaro. Strappate dalle loro tradizioni, dalle famiglie che all’epoca erano strutturate come un grande clan nel quale convivevano nuove e vecchie generazioni, costrette a inserirsi in una cultura completamente diversa e a imparare una lingua obiettivamente difficile per chi non ha radici anglosassoni, e che poche hanno realmente imparato, le donne hanno dovuto far fronte a uno sradicamento molto doloroso.

Gli uomini, nonostante la durezza delle condizioni e le umiliazioni che dovevano subire, si inserivano con maggiore facilità grazie al lavoro, ma per le donne il percorso è stato molto più angosciante. Erano soggette all’autorità del padre o del marito e molte hanno dovuto affrontare la vita coniugale con uomini che conoscevano appena e con i quali si erano sposate da poco o addirittura per procura. E non sempre hanno trovato quel marito dolce e comprensivo, che forse in qualche momento avevano sognato.

Hanno dovuto affrontare da sole la maternità e poi l’educazione di figli che crescevano parlando un’altra lingua e assorbendo una cultura completamente diversa dalla propria. La maggior parte si dibatteva tra la paura che significava dover gestire i figli in contesti totalmente diversi da quelli nei quali loro stesse erano cresciute e dall’altra la consapevolezza che, l’unica strada che quei ragazzi avevano di andare avanti, era perdendo le proprie radici e diluirsi nella nuova società.

Spesso il rapporto con le figlie femmine è stato molto più difficile, le mamme erano più severe con loro a causa dei tanti timori, da quello di una maternità non voluta, a quello di vedere le figlie inserite in relazioni sbagliate. L’eterno conflitto tra generazioni che si acuisce tra mamme e figlie diventava ancora più duro quando si aggiungeva ai tanti altri problemi che comportava l’emigrazione”.

Sempre con uno sguardo rivolto alle donne che nonostante abbiano rappresentato circa il 50 per cento degli emigrati, sono praticamente assenti dalla maggioranza dei saggi scritti sull’esodo italiano, Bafile ha parlato di un’altra tipologia di donne, le vedove bianche, molto spesso dimenticate completamente quando si parla di emigrazione sebbene ne siano state vittime involontarie e molte volte abbiano condotto un’esistenza ancora più dura di quella che hanno avuto le donne che sono partite.

“Le vedove bianche – ha detto – restarono parcheggiate in Italia in attesa di un biglietto del marito che non è mai arrivato. Per loro andare avanti è stato ancora più duro perché hanno dovuto crescere i figli in un ambiente in cui vivevano quasi come una vergogna personale l’essere state abbandonate. Le famiglie le aiutavano ma poco perché in quel periodo c’era poco per tutti e il dramma era che, pur essendo sole, non potevano rifarsi una vita perché sia per la mentalità delle persone che le circondavano sia per la legge, erano donne sposate”.

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Continuando con il suo discorso nel quale ha citato dati, aneddoti e storie personali, Mariza ha parlato del giornale La Voce d’Italia fondato dal padre Gaetano e che oggi dirige il fratello Mauro, e ha spiegato le ragioni per le quali ha dedicato la sua vita professionale, come giornalista e come parlamentare al mondo dell’emigrazione: “Per me l’emigrazione è il mio campo di lavoro, gli italiani all’estero sono la mia famiglia, la loro storia è la mia storia, le loro speranze sono le mie speranze e ho sempre detto e lo ripeto che mi sento privilegiata per il fatto di appartenere a questo mondo di sognatori e di persone coraggiose”.

Bafile ha ribadito l’importanza della donna come asse portante delle famiglie emigrate. “Le donne hanno aiutato i figli nell’inserimento nelle nuove società, spesso si sono imposte per permettere anche alle figlie femmine di studiare e sono anche quelle che hanno mantenuto o cercato di mantenere le proprie tradizioni, la cultura, la cucina ecc.

Anche quelle che sono partite negli anni del dopoguerra in gran maggioranza lo hanno fatto a seguito di mariti e padri per cui avevano scarsa autorità e indipendenza ma, nonostante ciò, una volta all’estero, hanno cercato, chi più chi meno di emanciparsi, di costruire famiglie alternative con amici provenienti dalla loro stessa regione, di affrontare con forza e serenità la durezza della vita in un paese nuovo.

La donna ha mantenuto come punto fermo il nucleo famigliare che ha salvaguardato nonostante la forza destabilizzante che arrivava da una cultura molto diversa dalla propria. Quel patrimonio fatto di valori morali, coraggio, intraprendenza e voglia di andare avanti è il patrimonio sul quale noi stessi figli abbiamo costruito la nostra esistenza e che a nostra volta trasmettiamo ai nostri figli.

La donna emigrante non ha bisogno di grandi parole, le nostre mamme e nonne non avevano letto tutti i libri di psicologia su bambini e adolescenti che leggono oggi le giovani mamme, loro parlavano con le azioni, con l’esempio. Poche, davvero molto poche sono state le emigrate che si sono arrese, quelle che sono cadute in depressioni profonde. La grande maggioranza non si permetteva neanche le lacrime perché sapeva bene che nessuno avrebbe potuto aiutare ad asciugarle, e quindi ne conosceva l’inutilità. Molto più spesso era lei quella che doveva asciugare le lacrime degli altri membri della famiglia, del marito e dei figli.

Per molte di loro emigrare, nonostante il peso della nostalgia e la tristezza per lo sradicamento dalle famiglie e dalle città d’origine, è stato motivo di emancipazione e basta paragonare le nostre mamme con le sorelle rimaste in Italia per capire quanto le abbia cambiate, positivamente, il fatto di essere emigrate. Queste donne – ha enfatizzato Bafile rivolgendosi soprattutto alle più giovani – anche le più tradizionali ci hanno insegnato il valore dell’emancipazione. So che può sembrare una contraddizione ma in realtà non è così. – E ha poi concluso – Lo dico e lo ripeto con consapevolezza e serietà, “Essere donna + essere emigrata significa essere di più”. –

Lo squisito pranzo preparato dai chef Tony Carlucci, Alberto DiBenedetto & Rocco Carullo, con Nick Sciorilli come responsabile del bar, si è concluso in allegria e con la musica e il canto del tenore Antonio Guarna.

(Flavia Romani/Voce)

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