L’industria dell’automobile e le promesse del presidente Maduro

Pubblicato il 21 marzo 2016 da redazione

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Dopo il “Correo del Caroní”, “El Carabobeño”. E, ora, i tre quotidiani dello Stato Barinas: “La Prensa de Barinas”, “El Diario de los Llanos” e “La Noticia de Barinas”. La libertà di stampa in pericolo? Sempre di più. Evidenze, nel caso ci fossero dubbi, ve ne sono in abbondanza.

Come si ricorderà, una sentenza del Tribunale ha condannato a 4 anni di reclusione il direttore del quotidiano “Correo del Caroní” per diffamazione e ingiuria. La ragione? Aver indagato sulla corruzione che, come un cancro, sembra corroda “ la CVG Ferrominera”, una delle aziende della holding “Corporación Venezolana de Guayana”.

Il Tribunale, nonostante il presidente di “Ferraminera” abbia presentato le sue dimissioni e le indagini delle autorità competenti siano ancora in corso, ha ritenuto opportuno anche multare il giornale che ora dovrà pagare una congrua somma che mette seriamente a repentaglio il suo futuro.

Nei giorni scorsi, “El Carabobeño” ha interrotto la pubblicazione dell’edizione cartacea per mancanza di carta e delle materie prime di cui ha bisogno qualunque giornale, per essere presente in edicola. Con un editoriale e un laconico “por el momento”, “El Carabobeño” si è congedato dai suoi lettori, promettendo di tornare in edicola non appena le condizioni del Paese lo renderanno possibile. E sempre nei giorni scorsi, e per lo stesso motivo, tre quotidiani dello Stato Barinas hanno interrotto la pubblicazione. Non hanno carta.

Tempi e modi. Il salto verso le edizioni online, in Venezuela, non avviene per un processo naturale determinato dall’evoluzione della tecnologia, dal progresso del Paese e dalla modernità che coinvolge la società. È dovuto a particolarissime condizioni che rendono sempre più difficile e in salita il cammino dei mezzi di comunicazione che non sono pro-governativi. Per tutti gli altri, ormai la grande maggioranza, la realtà è ben diversa.

“La libertà – diceva Don Luigi Sturzo – è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore”. Ed è proprio l’aria quella che sta mancando in Venezuela. La rete, viste le circostanze, si sta trasformando in un rifugio obbligato, nell’unica alternativa.

Per i grandi giornali del mondo, il web è la sfida del futuro. Per i mass media venezuelani lo è del presente. Lo è anche per la libertà di stampa. Appare oggi assai lontana la celebre frase attribuita a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.

Emendamento Costituzionale, Referendum abrogatorio, dimissioni. Questi i tre strumenti sui quali stanno lavorando i politici che compongono il Tavolo dell’Unità per un giro di boa che possa dare al Paese un nuovo Governo. Escluse le dimissioni del capo dello Stato, poiché pare poco probabile che il presidente Maduro rinunci alla sua investitura, restano l’emendamento costituzionale e il referendum abrogatorio.

Il buon senso consiglierebbe di non disperdere energie. Insomma, di impegnarsi con forza in un unico strumento, quello che possa garantire maggiori possibilità di trionfo. Ma è evidente che l’Opposizione è divisa. Ne è dimostrazione la decisione, salomonica, di seguire tutti i cammini possibili. Il Tavolo dell’Unità, così, ha voluto evitare il pericolo di dibattiti logoranti e di pericolose disgregazioni.

L’emendamento costituzionale e il referendum abrogatorio, come abbiamo già scritto, distolgono attenzione ed energie dal prossimo obiettivo elettorale: la conquista dei governi regionali e comunali. In democrazia, il potere si costruisce a piccoli passi, occupando tutti gli spazi contemplati nella Costituzione. E’ ciò che fece il presidente Chávez, scomparso prematuramente.

La popolarità del presidente Maduro, stando alla nota agenzia di sondaggi Hinterlaces, è oggi ai minimi storici. La popolazione non segue più i suoi “canti delle sirene”. Ormai il “mito” della “guerra economica” non fa più leva sugli animi dei venezuelani, se non in quei settori minoritari offuscati dal fanatismo che acceca la ragione.

Secondo l’ultimo sondaggio di Hinterlaces, il 58 per cento dei venezuelani ritiene il capo dello Stato responsabile della “débâcle” economica e considera impossibile una “ripresa” del Paese senza le dimissioni del presidente Maduro.

La percezione che i venezolani hanno del futuro del Paese è tutt’altro che positiva. Il 67 per cento ritiene che quest’anno l’economia non migliorerà. Considera che il presidente Maduro non abbia preso il “toro per le corna”. E cioè, non sia stato capace di applicare provvedimenti chiari, coerenti e, soprattutto, concreti per frenare l’inflazione, sconfiggere l’insicurezza e assicurare al Paese l’approvvigionamento di generi alimentari.

Il Presidente di Hinterlaces, Oscar Shemel, intervistato da José Vicente Rangel, ha spiegato che la percezione che emerge è che il presidente Maduro sia prigioniero del suo labirinto; stia vivendo una “fantasiosa epica rivoluzionaria” e sia incapace di occuparsi dei veri problemi della popolazione.

Stupore e confusione. L’ultimo annuncio del capo dello Stato, realizzato a reti unificate, è stato accolto non solo con sorpresa ma anche con incredulità. In un paese in cui i concessionari non hanno utilitarie da offrire e solo riescono a vendere auto di gran lusso, merce pregiata per i “nuovi ricchi”, il capo dello Stato ha annunciato che si darà un nuovo impulso all’industria dell’automobile.

General Motors, Toyota, Chrysler, Mac, Iveco, Venezolana de Motos, Yamaha, Decars Motors, CA, sono alcune delle multinazionali incaricate di produrre vetture e motociclette per il mercato locale e l’esportazione.
Il presidente Maduro, inoltre, ha sottolineato, ed è quello che ha maggiormente sorpreso, che l’assemblatrice Toyota produrrà il modello “Corolla 2015”, destinato alla famiglia venezuelana. Una vettura, ha reiterato il capo dello Stato, “accessibile ai giovani, alla classe media, agli operai, alla famiglia venezuelana”.

I prezzi del “Corolla”, in America latina, si aggirano tra i 17mila e i 19mila dollari. Toyota, nel presentare lo scorso febbraio il modello “Corolla 2015”, disse che il costo sarebbe stato tra il milione 600mila bolívares e il milione 900mila. Un prezzo, insomma, proibitivo per la stragrande maggioranza dei venezuelani che riceve lo stipendio minimo stabilito per legge o poco più.

S’inferisce, quindi, che l’automobile della Toyota potrebbe essere venduto a un prezzo politico, come lo sono gli alimenti e le medicine; e che il governo del presidente Maduro scommetta su una ripresa dei prezzi del greggio, oggi attorno ai 30 dollari il barile, frutto di un probabile accordo nel “summit” di Doha.

In ultimo, ha sorpreso l’improvviso viaggio del presidente Maduro alla vicina isola di Cuba. Illazioni, speculazioni, pettegolezzi. La visita del capo di Stato alla vigilia dell’arrivo a Cuba di un altro capo di Stato, Barack Obama, ha dato adito a tante ipotesi. Il viaggio di Obama ha rotto più di mezzo secolo d’isolamento dell’isola; inaugurato una nuova politica estera nei confronti di Cuba e chiuso un capitolo di storia.

Imperialismo, colonialismo, fascismo, negli ultimi mesi sono scomparsi dal linguaggio della diplomazia cubana e dai discorsi di Raul Castro. Termini, però, presenti ancora negli articoli del vecchio leader, ormai in pensione, Fidel Castro pubblicati da Gramma; e nei discorsi degli esponenti della “rivoluzione bolivariana”. E’ un lessico preso in prestito dagli anni 60 che, reso di nuovo di moda, accompagna in questo suo “revival” il populismo e la demagogia con cui si alimentano sogni e seminano illusioni. Sogni e illusioni che, come un gigante dai piedi d’argilla, si sgretolano sotto il peso della realtà.

(Mauro Bafile/Voce)

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