Da Parigi a Bruxelles, il disastro dell’intelligence

Pubblicato il 22 marzo 2016 da redazione

In this image taken from TV an armed member of the security forces stands guard as emergency services  attend the scene after a explosion in a main metro station in Brussels on Tuesday, March 22, 2016. (ANSA/AP Photo)

In this image taken from TV an armed member of the security forces stands guard as emergency services attend the scene after a explosion in a main metro station in Brussels on Tuesday, March 22, 2016. (ANSA/AP Photo)

BRUXELLES. – Dal 7 gennaio del massacro di Charlie Hebdo, al 13 novembre della mattanza di Parigi, al 22 marzo delle stragi di Bruxelles. Dal coprifuoco decretato nella capitale belga a fine novembre, alla fuga di quattro mesi di Salah Abdeslam. Gli oltre 160 morti e le centinaia di feriti di Parigi e Bruxelles sono la prova del naufragio dell’intelligence belga ed europea. Gli 007 belgi sono stati sommersi di critiche per i flop a ripetizione nella caccia a Salah, rimasto sempre nascosto da amici e fiancheggiatori a Molenbeek.

Ma anche la collaborazione tra servizi europei si è dimostrata fallimentare. A nulla sono serviti gli inviti a “rafforzare la cooperazione” lanciati già a gennaio 2015 dai ministri degli Esteri europei, quando Paolo Gentiloni indicava le “gelosie dei servizi” come il principale problema irrisolto.

Ai primi di dicembre, dopo le stragi di Parigi, è emerso che i nomi dei fratelli Abdeslam, il Brahim che si era fatto esplodere a Parigi ed il Salah che ci aveva ripensato, erano stati segnalati da mesi all’Europol. Eppure avevano viaggiato indisturbati per mesi. Ed il coordinatore dell’antiterrorismo europeo, Gilles de Kerchove, ancora a dicembre era costretto a ricordare che “la cosa più importante è rafforzare l’immissione dei dati” nel database europeo Sis II.

La nascita di un servizio di intelligence europeo resta però un’utopia. A gennaio presso l’Europol è stato avviato lo Ecdc (centro di eccellenza antiterrorismo europeo). Ma non è neppure l’abbozzo di quella Fbi europea che in realtà “non è consentita dai Trattati”, che riservano ai singoli Stati le competenze in materia di sicurezza, come osservato da de Kerchove.

E se anche gli attentati hanno spinto alla collaborazione diretta bilaterale tra Francia e Belgio, i servizi di informazione di Bruxelles sono sotto accusa. Troppo frammentati, incapaci di dialogare tra loro, a perfetta immagine di uno Stato federale diviso dalla lingua, con livelli sovrapposti – comunali, regionali e federali – di governo e burocrazia.

Quattro giorni fa veniva celebrata come una vittoria la cattura di Salah Abdeslam. Ma veniva anche lasciato a livello 3 su 4 il livello di minaccia terroristica. Ed appena la settimana scorsa la televisione pubblica belga aveva rivelato che in un documento della Commissione P (il servizio di indagine interna della polizia) presentato in un’audizione parlamentare a porte chiuse erano emerse palesi “mancanze e debolezze”, alcune delle quali persino “tecnologiche” e “rimaste irrisolte” per problemi di budget e mancanza di personale qualificato.

Eppure il Belgio è il paese con il più alto numero percentuale di foreign fighter: oltre 40 per milione di abitanti, più del doppio della Francia. “I belgi hanno davvero un problema enorme. I numeri delle persone da controllare sono semplicemente strabordanti”, ha indicato Matthew Levitt, direttore del programma per l’antiterrorismo e l’intelligence del Washington Institute for near east policy. “Hanno realizzato solo nell’ultimo anno che non hanno soltanto un problema di persone radicalizzate e che ritornano nel paese, ma anche di gente che non parte e può compiere attacchi a casa”.

(di Marco Galdi/ANSA)

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