Il premier islandese prima vittima dei Panama Papers

Pubblicato il 05 aprile 2016 da redazione

Iceland's Prime Minister Sigmundur David Gunnlaugsson leaves the residence of Iceland's President President Olafur Ragnar Grimsson after a meeting of the two 05 April 2016 in Reykjavik, Iceland. Prime Minister Sigmundur David Gunnlaugsson resigned 05 April 2016 EPA/BIRGIR POR HARDARSON ICELAND OUT

Iceland’s Prime Minister Sigmundur David Gunnlaugsson leaves the residence of Iceland’s President President Olafur Ragnar Grimsson after a meeting of the two 05 April 2016 in Reykjavik, Iceland. Prime Minister Sigmundur David Gunnlaugsson resigned 05 April 2016
EPA/BIRGIR POR HARDARSON ICELAND OUT

PARIGI. – Lo tsunami Panama Papers fa le prime vittime illustri. Cade al secondo giorno di proteste di piazza Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese pesantemente coinvolto. A Londra i laburisti chiedono un’inchiesta su David Cameron, il primo ministro prova a dire che non ha conti offshore ma non convince. In Francia spunta il tesoro dei Le Pen, Jean-Marie avrebbe accumulato lingotti intestando tutto al maggiordomo.

Ma è Societé Générale, con 979 società offshore, a preoccupare di più. E mentre i media cinesi oscurano lo scandalo, l’Italia ha avviato un filone di indagini e l’Agenzia delle Entrate ha attivato la rete dello scambio di informazioni.

A Reykjavik una pioggia di vasetti di yogurt – da quelle parti è il modo tradizionale per esprimere rabbia e protesta – ha investito i muri scuri del Parlamento. La piazza Austurvollur, dove hanno protestato in 20.000 (su 330.000 abitanti dell’isola, una proporzione inimmaginabile altrove) ha avuto ragione del premier e di chi dubitava della legalità formale dell’operazione a nome della moglie, Anna Sigurlaug Palsdottir.

Che nel 2007 blindò la sua dote personale derivata dalla vendita della società che aveva l’esclusiva nazionale Toyota nella società Wintris, alle Isole Vergini. Fino al 2009, il marito, futuro premier, era co-proprietario di Wintris. Quando fu eletto deputato vendette la sua metà alla moglie. Per un dollaro.

Dopo aver tentato di sciogliere il Parlamento, Gunnlaugsson è stato costretto a dimettersi. Al suo posto, forse, l’attuale ministro dell’Agricoltura.

Trema anche Cameron, che si difende ma non convince. Ormai la stampa inglese lo accerchia, l’opposizione laburista chiede che sia messo sotto inchiesta: “Deve fare chiarezza”, gli intima il leader del Labour, Jeremy Corbyn. “Non ho azioni, né conti offshore, né fondi offshore”, ha ribattuto il premier, senza però mai scendere in particolari sul ‘tesoro’ di famiglia che suo padre Ian avrebbe occultato in un paradiso fiscale.

“Ho un salario come primo ministro, ho alcuni risparmi da cui ricavo degli interessi e ho una casa, che usavamo per viverci, ma che ora ho lasciato mentre abitiamo a Downing Street. E questo è tutto quello che ho”, è stata la spiegazione del primo ministro.

A Parigi il ciclone panamense si è abbattuto su casa Le Pen. Sul “cerchio magico” dei più stretti collaboratori di Marine, la presidente, da alcuni mesi stranamente silenziosa. E su Jean-Marie, il padre, fondatore e ora espulso, che avrebbe accumulato un tesoro nei Caraibi: banconote, lingotti, monete d’oro. Il prestanome, come l’assassino dei gialli, è il maggiordomo. Anzi ex tuttofare di Jean-Marie e della moglie Jany, tale Gerald Gerin.

L’anziano ex leader ci ride su, ridicolizza come suo costume le carte che lo chiamano in causa (“Panama…coso”, poi addirittura “Panama Pampers”) e giura che si tratta di una manovra contro di lui. Più sofisticata, come spiega Le Monde, il quotidiano francese parte del Consorzio indagatore, la manovra di Marine: il denaro viaggiava fra Hong Kong, Singapore, le Isole Vergini e Panama.

Al centro di questa macchina riciclatrice, Frederic Chatillon, ex dirigente di un gruppuscolo di estrema destra, compagno di università di Marine, poi titolare di Riwal, ditta con l’esclusiva della comunicazione per il Front National. La società fittizia acquisita ad Hong Kong da Chatillon per trasferire denaro faceva parte della scuderia dello studio Mossack Fonseca.

L’altra pedina, utilizzata per far uscire il denaro dalla Francia, è stato Nicolas Crochet, al quale Marine Le Pen affidò, nella campagna per le presidenziali 2012, il compito di stilare il programma economico del Front National. Una macchina complessa, il cui meccanismo dovrà essere ricostruito dalla magistratura di un Paese che deve anche vedersela con una delle sue principali banche, Societé Générale, che – stando alle carte panamensi – avrebbe ben 979 società offshore.

Imperdibile il tweet con il quale Jerome Kerviel, ex trader della banca condannato per aver fatto perdere 4,82 miliardi alla SocGen, augura “buona settimana” ai suoi ex colleghi. Panama, da oggi, torna per Parigi nella lista dei paradisi fiscali.

In Cina, media statali e censura oscurano ogni notizia di Panama Papers relativa a politici cinesi, primo fra tutti il presidente Xi Jinping. I link su internet non si aprono, a meno che non parlino del coinvolgimento di Lionel Messi o di altri personaggi.

Ultimo nome a spuntare il neo presidente della Fifa Gianni Infantino. Secondo il Guardian, da alcune carte risulta che Infantino, quando era capo dei servizio legali della Uefa, avrebbe avuto un ruolo in accordi relativi ai diritti tv affidati a società offshore, nell’ambito di quella che i media bollarono come la ‘Coppa del Mondo della corruzione’. Infantino ha sempre negato di essere coinvolto in quella vicenda.

(di Tullio Giannotti/ANSA)

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