Panama Papers: americani onesti? No, evadono altrove

Pubblicato il 06 aprile 2016 da redazione

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WASHINGTON. – Ma dove sono gli americani nei ‘Panama Papers’, la più grande fuga di notizie finanziarie di tutti i tempi? Per ora sono stati identificate solo 211 persone con indirizzi Usa, ma non significa che siano necessariamente americani. In ogni caso nessun vip o politico, si tratterebbe in gran parte di ricchi pensionati che usano società di comodo per acquistare proprietà in Costa Rica e a Panama.

Sono in molti a chiedersi se sia una questione di sola virtu’ o di maggiore furbizia, mentre il leader del Cremlino Vladimir Putin, principale bersaglio dello scandalo, ha offerto una possibile risposta ipotizzando la mano della Cia. La questione appare più semplice, stando agli esperti consultati da Politico: anche gli americani usano i conti offshore per evadere le tasse, per una cifra stimata in oltre 1000 miliardi di dollari nel 2014, ma lo fanno altrove.

Da Panama stanno alla larga dal 1989, dopo l’invasione americana sotto la presidenza George W Bush che portò alla destituzione del dittatore Manuel Noriega. Da allora preferiscono altri paradisi fiscali: le Bermuda, le Isole Vergini britanniche, le isole Cayman, che offrono maggiore stabilità politica e più familiarità per la lingua (inglese, e non spagnolo come a Panama) e per il sistema giuridico (derivato dalla commun law inglese).

O Singapore, dove una fuga di notizie analoga ai Panama Papers potrebbe svelare una evasione ancora maggiore, secondo Reuven Avi-Yonah, docente di diritto all’università del Michigan che ha testimoniato davanti al Congresso sull’evasione fiscale.

Ma un buon posto per eludere il fisco sono anche gli Stati Uniti, Paese stabile e sicuro dove la legge consente di strutturare le holding – legalmente – in modo da pagare tasse basse o di non pagarle, come nel caso di soci stranieri di una società a responsabilità limitata (Llc). Inoltre, come spiega l’economista Gabriel Zucman, è facile anche creare compagnie di comodo in vari Stati americani, come il Delaware e il Nevada. Ma anche il South Dakota e il Wyoming. Senza bisogno di andare a Panama.

Gli Usa, secondo il gruppo Christensen, impegnato nella lotta globale all’evasione fiscale, sono al terzo posto nel mondo per segretezza bancaria, dietro la Svizzera e Hong Kong ma davanti alle Isole Cayman o al Lussemburgo. Dal 2010 il Congresso ha approvato il Foreign account tax compliance act (Fatca) per ottenere dalla banche straniere informazioni sui clienti americani – dopo aver scoperto che quelle svizzere li aiutavano ad evadere le tasse – ma gli Usa non restituiscono automaticamente il favore: gli Stati Uniti sono tra i pochi Paesi a non aver firmato nel 2014 un accordo dell’Ocse per la condivisione delle informazioni bancarie che aiutano a identificare gli evasori.

Una eccezione che rischia di creare un buco gigantesco negli sforzi internazionali contro evasione, riciclaggio e crimini finanziari. Nei giorni scorsi tuttavia il Tesoro ha annunciato una stretta contro le fughe delle società all’estero per sfruttare la tax inversion, con nuove regole per scoraggiare e rendere non redditizie questo tipo di transazioni. Naturalmente il problema è anche la dimensione del fenomeno offshore: in Usa è relativamente modesto, circa il 4% dei beni finanziari, contro il 52% in Russia e il 57% dei Paesi del Golfo.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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