Legge Veneto: lingua italiana obbligatoria nei luoghi di culto, anche moschee

Pubblicato il 06 aprile 2016 da redazione

moschea

VENEZIA. – L’opposizione parla di un “mostro giuridico, con profili di incostituzionalità come per gli accordi previsti tra associazioni religiose e comuni sull’uso della lingua italiana nelle attività non di culto nelle nuove strutture religiose”, ma la maggioranza ha tirato dritto e il Veneto ha varato una legge che disciplina, nelle ‘norme per il governo del territorio e del paesaggio’, la realizzazione ed attivazione di nuovi luoghi di culto.

Quella che nel dibattito politico è stata giudicata da alcuni come la legge ‘anti moschee’ – etichetta che il consigliere Alessandro Montagnoli (Ln), relatore del progetto, respinge al mittente parlando del rispetto della libertà religiosa di tutti -, che aveva visto il patriarca di Venezia sollevare delle perplessità, è passata con i voti di Lega Nord, Lista Zaia, Forza Italia, FdI-An, Lista Tosi e Veneto del Fare, e il no di Pd, M5s, Veneto Civico, Lista Moretti. Assente al voto Area Popolare.

Montagnoli sgombera il campo su quello che, sulla base di una prima lettura, era suonato come un ‘obbligo’ riguardo all’uso dell’italiano nelle attività legate alle nuove realtà di culto. “E’ un errore – spiega il consigliere leghista – perché sarebbe incostituzionale obbligare qualcuno a usare la lingua italiana per professare la propria fede religiosa. Per essere chiari, se un imam usa per il suo sermone l’arabo può continuare a farlo. La libertà di culto non viene toccata”.

A riprova, ricorda che il testo indica di “utilizzare la lingua italiana per tutte le attività svolte nelle attrezzature d’interesse comune per servizi religiosi, che non siano strettamente connesse alle pratiche rituali di culto”. “Il nostro, in sostanza – rileva -, è un invito alle associazioni e realtà religiose a sottoscrivere con le amministrazioni locali, che devono applicare le nuove norme per i nuovi luoghi di culto, qualsiasi sia la fede religiosa, sul piano urbanistico, una sorta di convenzione affinché nelle altre attività interne alle strutture si usi l’italiano. Credo sia un concetto di integrazione non di discriminazione”.

“La questione della lingua – controbatte Stefano Fracasso (Pd), controrelatore – presenta un profilo di incostituzionalità perché tocca la questione della libertà di espressione. Il nostro no, su un piano più generale, è legato al fatto che la legge soffoca tutte le variegate espressioni del mondo religioso presenti in Veneto”.

I vincoli urbanistici, infatti, rileva il consigliere, si applicano a tutte le nuove diverse realtà che sono legate alla religione, anche alle abitazioni del personale di servizio, stile ‘sacrestano’, o sedi di associazioni o di preghiera.

“Ma perché regolare una questione così nel quadro della legge urbanistica? – si domanda -. Faccio un esempio: adesso se la Caritas vuole aprire una mensa nel centro di Vicenza dovrà sottostare a una serie di requisiti legati alla struttura da utilizzare (strade, parcheggi e altro), compresa l’impegno per una fidejussione, che se va bene avrà il nullaosta per l’apertura in una area periferica. Anche una messa in un campo sportivo dovrà avere il sì dell’amministrazione locale”.

Per Fracasso la legge richiama una precedente di 500 anni fa, l’istituzione del Ghetto per gli ebrei a Venezia.

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