Il Pd si spacca sul referendum, la minoranza lancia il sì

Pubblicato il 06 aprile 2016 da redazione

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ROMA. – A due giorni dalla direzione Pd in cui Matteo Renzi definiva “sacrosanta e legittima” la scelta dell’astensione, il Pd sul referendum sulle trivelle si ritrova spaccato. Ed è la minoranza, più o meno in blocco e con qualche distinguo (come quello di Massimo D’Alema che voterà no) che decide di sferrare la sua offensiva al premier-segretario sia sul principio dell’astensione sia nel merito stesso del quesito: il voto, per gran parte della sinistra Pd, infatti ci sarà e sarà Sì”.

Ma la frattura interna al Pd sul referendum del 17 aprile non segue solo il ‘tradizionale’ confine tra maggioranza e minoranza del partito. “Andrò a votare al referendum del 17 aprile”, annuncia il candidato sindaco a Roma Roberto Giachetti senza dire, tuttavia, quale sarà il suo voto. E la sua decisione segue la scia di altri, come Dario Ginefra, che pur non essendo certo della minoranza più agguerrita, già da giorni hanno annunciato il proprio voto e, spesso e volentieri, il proprio sì.

E nel giorno in cui il premier Matteo Renzi da Napoli ribadisce come “non andare a votare sia una posizione legittima. e scandisce che il “referendum si deve fare, anche se la stragrande maggioranza avrebbe preferito evitarlo”, tocca a Roberto Speranza, leader della minoranza Dem, annunciare il suo sì. “E’ un’occasione per aprire all’energia verde: abbiamo bisogno di meno fossile e più rinnovabili”, spiega l’ex capogruppo Pd, definendo “eccessive per un presidente del Consiglio” le parole usate da Matteo Renzi.

Parole, quelle invece di Speranza, alle quali segue una lunga scia di endorsement, tutti della minoranza (più, o meno dialogante) del partito: da Nico Stumpo a Davide Zoggia – che annuncia un’iniziativa per il sì con il governatore pugliese Michele Emiliano – fino a Enzo Lattuca. Silente Pierluigi Bersani ma probabilmente solo per il suo forfait – dovuto al caso dell’intervista a Salvo Riina – a Porta a Porta dove sarebbe stato ospite.

L’impressione, insomma, è che nell’attesa del cruciale referendum sulle riforme costituzionali, la minoranza Pd abbia scelto di tenersi le mani libere su quello delle trivelle, unendosi, di fatto alle posizioni degli ambientalisti ma anche del M5S e di altri senatori bipartisan, da alcuni membri di Ala a quelli della Lega fino a qualche azzurro.

Fronte, quello del sì, piuttosto eterogeneo ma che sembra escludere, quasi totalmente, la maggioranza dem e che invece include, a livello parlamentare, gran parte dell’opposizione al governo. “Il Pd non teme che il referendum sulle trivelle si trasformi in un attacco politico al governo”, spiega Matteo Orfini ma il rischio di un innalzamento del dato dei votanti a seguito dell’inchiesta su Tempa Rossa di fatto esiste.

Tanto che, uscendo da Palazzo Chigi dopo un incontro con il premier, il leader di Fare! Flavio Tosi annuncia contestualmente il “no” dei suoi senatori ad una mozione di sfiducia definita “strumentale” e il “no, o il non voto a un referendum contro l’autosufficienza energetica del Paese”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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