Aborto: Strasburgo bacchetta l’Italia, viola i diritti delle donne

"L'aborto in Italia è troppo difficile": il richiamo di Strasburgo
"L'aborto in Italia è troppo difficile": il richiamo di Strasburgo
“L’aborto in Italia è troppo difficile”: il richiamo di Strasburgo

STRASBURGO. – Dopo quasi 40 anni dalla sua entrata in vigore, la legge 194 che regola in Italia l’interruzione di gravidanza non riesce a garantire a tutte le donne che lo desiderino o vi siano costrette di poter abortire in una struttura pubblica senza dover viaggiare per l’Italia o all’estero per farlo.

A puntare il dito sulla cattiva applicazione della legge 194 e sulla conseguente violazione del diritto alla salute delle donne – ma anche sulla penalizzazione e discriminazione del personale medico che non ha optato per l’obiezione di coscienza – è il comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa con una decisione sul reclamo presentato dalla Cgil.

Una decisione che ha stupito il ministro della salute Beatrice Lorenzin. “Mi riservo di approfondire con i miei uffici, ma sono molto stupita perché dalle prime cose che ho letto mi sembra si rifacciano a dati vecchi che risalgono al 2013. Il dato di oggi è diverso”, ha detto il ministro. “Non c’è alcuna violazione del diritto alla salute”.

La decisione è stata invece definita una “vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia” da Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. Il sindacato e il ministero della salute si sono confrontati per tre anni sulla questione dell’applicazione della legge 194 con l’invio di documenti e dati al comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, davanti al quale si sono affrontati per l’ultima volta il 7 settembre scorso in un faccia a faccia durante un’udienza pubblica a Strasburgo.

Ed è valutando tutte le ‘prove’ che la Cgil e il ministero hanno presentato che il comitato è arrivato a concludere che l’Italia sta violando il diritto delle donne alla salute e discriminando il personale medico che ha scelto di non fare obiezione di coscienza e garantire così gli interventi di interruzione di gravidanza.

Per quanto riguarda l’accesso all’aborto il comitato, nelle sue conclusioni, osserva che questo non è garantito a tutte le donne, lo stesso giudizio che aveva già espresso nel 2014 nella decisione sul ricorso dell’ong Ippf-en.

Tra gli elementi che rendono “notevolmente difficile” alle donne ricorrere all’interruzione di gravidanza c’è la diminuzione sul territorio nazionale del numero di strutture dove si può abortire, ma anche la mancata sostituzione del personale medico che garantisce il servizio quando un’operatore è malato, in vacanza o va in pensione.

Per il comitato, il governo “non ha fornito sufficienti informazioni” per confutare le affermazioni fatte dalla Cgil. L’organismo del Consiglio d’Europa sottolinea inoltre che le misure adottate sinora dal governo, dalle regioni e dalle strutture sanitarie per far fronte alla situazione sono inadeguate a risolvere il problema.

Ed anche che la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore sia discriminato e vittima di svantaggi diretti e indiretti in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi e opportunità di carriera.

(di Samantha Agrò/ANSA)