Il Gattopardo verdeoro

Pubblicato il 25 aprile 2016 da redazione

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Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Così si esprimeva Tancredi Falconieri ne Il Gattopardo, a sottolineare la resilienza di ogni sistema socio-politico ed il trasformismo come strumento di conservazione.

Se oggetto dell’effimero repulisti è l’architettura istituzionale del Brasile – segnata nell’ultimo venticinquennio da scandali ricorrenti – allora non sorprende il risultato della votazione della Camera bassa, che ha concesso l’autorizzazione a procedere all’impeachment della presidente Dilma Roussef con 347 voti su 513.

La storia, come spesso accade, si ripete. O per usare le parole del protagonista di Tropa de elite – film brasiliano di maggior successo ai botteghini, che denuncia degenerazione e collusione strutturali delle istituzioni verdeoro – il corpo si priva della mano per salvare il braccio.

Difficile dunque non tornare con la mente, solo per citare i casi più eclatanti, all’impeachment del presidente Collor che portò alle sue dimissioni nel 1992 (e poi alla sua assoluzione); allo scandalo Anões do orçamento l’anno successivo; alla Privataria tucana nel 1997; al Mensalão nel 2005; alla Operação navalha nel 2007; o al più recente e tutt’ora in corso Lava jato – Petrolão ed alla contestuale preoccupante situazione socio-economica che il paese traino del Sudamerica sta fronteggiando.

Dopo oltre una decade di crescita impetuosa, la contrazione dell’economia ha iniziato a far avvertire i propri effetti scaricandosi sul tasso di inflazione (oltre i dieci punti percentuali), sul tasso di disoccupazione (cresciuto fino all’ 10,2%) e sul Pil (contrazione di poco inferiore al 4% nel 2015), con evidenti ricadute per le crescenti classi medie e medio-alte, che addossano la colpa alla mala gestione ed alla politica economica populista dell’attuale presidenza, non esente da colpe ma non unica responsabile della parabola declinante.

Certamente non ascrivibili alle politiche del PT il crollo dei prezzi delle commodities internazionali, la diminuzione dell’interscambio commerciale con l’estero e la politica monetaria di tapering annunciata dalla Fed per uscire dalla crisi nel biennio 2013-2014. Fattori che, in aggiunta all’instabilità politica interna, alla volatilità del real ed alla crisi economica globale, hanno concorso decisivamente al deflusso dei capitali stranieri, fondamentali per alimentare gli investimenti e la produzione industriale.

Elemento essenziale per comprendere la crisi brasiliana è l’effettivo capo di imputazione a carico di Dilma. Nonostante la vulgata pubblica e la maggior parte dell’apparato mediatico brasiliano (e più in generale occidentale) abbiano veicolato il messaggio che lo stato d’accusa del presidente in carica sia legato alla corruzione ed in particolare all’operazione Lava jato, che vede coinvolti membri del Parlamento di ogni estrazione oltre all’ex presidente Lula e di cui è protagonista il colosso nazionale Petrobras, trattasi di un’interpretazione fuorviante.

Basti notare come, secondo i dati forniti da Transparência Brasil, 16 dei 21 deputati sotto indagine abbiano votato a favore dell’impeachment, o come dei 500 processi ai danni di parlamentari tenutisi a partire dalla promulgazione della costituzione democratica del 1988, soltanto 13 si siano risolti in condanne.

Partire da queste premesse è utile per districarsi tra le strumentalizzazioni delle operazioni giudiziarie e della congiuntura economica cavalcate dalle opposizioni – ma non solo, visto l’ormai imperante trasformismo di cui PRB e PP sono solo gli ultimi protagonisti – e dai sottostanti mediatico-finanziari per giustificare un processo di impeachment che dal punto di vista tecnico, come hanno sottolineato autorevoli giuristi, non rientrerebbe appieno nella fattispecie individuata dalla legge 1.070/50 e nell’articolo 85 della Costituzione del 1988.

Soprattutto tenendo conto di due fattori: la giurisprudenza del STF, che si è espresso in questi anni rimarcando l’impossibilità di dare un’interpretazione estensiva o per analogia del reato in questione e soprattutto l’assenza di prove concrete relative alla complicità di Dilma in azioni che esulino dalla legalità nei procedimenti giudiziari in corso.

Dal punto di vista formale, la contestazione sulla base del quale viene mosso l’impeachment ha natura contabile-finanziaria. Costituiscono oggetto d’accusa strumenti quali la cosiddetta Pedalada fiscal e la Suplementação orçamentária. Operazioni inaugurate durante la presidenza Cardoso che, rispettivamente, permettono di mantenere il pareggio di bilancio posponendo i rimborsi dovuti alla Caixa Econômica Federal per gli anticipi sugli esborsi sociali e di aumentare le spese a colpi di decreto oltre il limite imposto dal Parlamento.

In tal senso, la fazione pro-impeachment giudica l’esponente del PT rea di aver abusato di siffatti strumenti al fine di manipolare il saldo federale a partire dalla fase pre-elettorale del 2014 e perciò di violazione delle leggi di Responsabilidade orçamentária e fiscal. Le sinistre, dal canto loro, accusano il vice-presidente e i deputati passati all’opposizione di cospirazione, tradimento e golpismo, sottolineando la distorsione della ratio alla base dell’impianto normativo sulla messa in stato d’accusa delle massime cariche dello Stato.

Dando credito all’analisi dei promotori del processo di impeachment, appaiono emblematiche le dichiarazioni del presidente della Camera Eduardo Cunha, tra i principali obiettivi proprio dell’operazione Lava jato nonché tra i fautori dell’estromissione di Dilma. Il deputato del PMDB ha più volte puntato il dito contro l’esecutivo, affermando che le malversazioni imperversano in primis nell’organo di governo.

Se non altro singolare, considerando (oltre al suo storico personale) che la Commissione di impeachment che ha formalizzato l’accusa è composta da 65 deputati, di cui 36 attualmente indagati o già condannati, stando alle statistiche fornite da Agência Lupa. Allargando l’obiettivo fino a ricomprendere l’intera camera bassa del potere legislativo, sarebbero almeno 299 i parlamentati oggetto di accertamenti giudiziari, il 58% del totale. Passando al Senato, la situazione non migliorerebbe di molto, con oltre il 40% degli 81 senatori di Brasilia implicati in procedimenti analoghi.

Sull’altro angolo del ring, i complessi economico-finanziari brasiliani ed internazionali ammiccano compiacenti alla coppia Cunha – Michel Temer, con quest’ultimo che in qualità di vice-presidente assumerebbe la carica contestualmente all’allontanamento di Dilma e che già parla da neopresidente nonostante sia anch’esso a rischio impeachment e già oggetto di indagini.

È così che il fronte bolivariano dell’America Latina – o quel che ne resta dopo la fine dell’era Kirchner, la parziale virata di Cuba e l’incerto futuro del Venezuela – serra i ranghi, appellandosi alla tenuta del meccanismo democratico che esclude la fiducia politica tra parlamento e presidente nell’impalcatura costituzionale brasiliana.

Il monito riguarda principalmente la deriva destabilizzatrice e autoritaria che interesserebbe il Brasile nel caso in cui, per la prima volta dalla fine della dittatura militare nel 1985, la più alta carica statale fosse occupata da un personaggio privo di mandato popolare.

La palla passa ora al senato, dove la Roussef vede ampliarsi il fronte dell’opposizione e che presieduto dal presidente del STF dovrà a sua volta confermare l’ammissibilità dell’impeachment entro la prima metà di maggio. Nel caso in cui dovesse prevalere il sì, la presidente verrebbe sospesa dall’esercizio delle sue funzioni per 180 giorni in attesa del giudizio finale (pur mantenendo la carica).

In via alternativa, il senato bloccherà l’iter procedimentale senza possibilità di ricorso rilegittimando il governo del PT, su cui graverebbe a quel punto l’incombenza di ridefinire il patto sociale alla base dello stesso Stato democratico brasiliano.

In entrambi i casi la lotta di potere che si sta consumando in Brasile, rappresentazione e simulacro della frattura tra blocchi contrapposti tanto all’interno delle istituzioni che della società civile, appare ancora in divenire.

Dilaniato da conflitti sistemici che rievocano epoche grigie e ferite non ancora rimarginate della sua storia recente, il gattopardo d’oltreoceano dovrà riscoprire risorse e quel senso di appartenenza che fanno del Brasile – come recita l’iscrizione sul suo vessillo nazionale – una terra di ordine e progresso.

(Lorenzo Di Muro/Voce)

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