Draghi, io italiano ma non do una mano a Roma o Parigi

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ROMA. – Sono italiano, ma la mia nazionalità è un tema che “non appassiona nessuno al mondo a parte i media tedeschi”. Parola di Mario Draghi, che torna sullo scontro con il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ribadendo che la Bce non sta a sentire i politici, e risponde con un altolà al sospetto che la ‘sua’ Bce stia rendendo la vita più facile ai governi di Renzi in Italia o di Hollande in Francia.

L’occasione è un’intervista alla Bild, il ‘tabloid’ tedesco che torna sul tema, estremamente popolare in Germania, dello svantaggio per i risparmiatori tedeschi dei tassi negativi introdotti dalla Bce e sulle accuse rivolte al ‘presidente italiano’ del guardiano della stabilità dei prezzi.

“Che differenza farebbe se un non italiano fosse al posto mio? nessuna. Terrebbe la stessa rotta che teniamo adesso. Tutte le altre grandi banche centrali del mondo stanno seguendo politiche simili”, replica Draghi incalzato sui timori dei tedeschi per una nazionalità percepita come più ‘spendacciona’ e sull’appello di alcuni settori politici perché il prossimo presidente della Bce sia tedesco.

Una difesa che riguarda anche i rapporti con i governi: il quantitative easing ha indubbiamente tolto molte castagne dal fuoco di Roma o Madrid o Parigi (si pensi agli spread e al risparmio sulla spesa per interessi), ma l’italiano alla guida della Bce ricorda che l’Eurotower agisce per l’Eurozona come un tutt’uno.

“No”, è la risposta secca alla domanda se la Bce non abbia reso più facile la vita all’Italia o alla Francia togliendo la pressione dei mercati. “La gran parte dei governi si sta muovendo, anche se troppo lentamente a mio personale avviso. Sarebbe bene se facessero di più. Ma questo non dipende direttamente dalle politiche della Bce”.

L’argomentazione di Draghi – che, va ricordato, nel 2011, prima degli aiuti per riportare sotto controllo lo spread, da governatore di Bankitalia fu co-firmatario della famosa lettera della Bce con un ultimatum al governo Berlusconi – entra nel merito: “le riforme del sistema giudiziario, elettorale o del mercato del lavoro, ad esempio, non hanno molto a che fare con i tassi d’interesse. E dunque non trovo convincente l’idea che dobbiamo tenere alta la pressione. Non è neanche il nostro compito”.

Una difesa a tutto campo, insomma, che arriva all’indomani dell’offensiva di Jens Weidmann, il presidente della Budnesbank e consigliere Bce, portata direttamente a Roma. Lo stesso Weidmann è tornato sul “circuito vizioso” debito pubblico-banche, e ha respinto l’idea di lavorare per il dopo-Draghi: il dibattito sulle successione all’italiano “sembra eccitare altri molto più che me”, dice in un’intervista a Repubblica Tv, anche se una candidatura non si esclude affatto leggendo in controluce le sue parole: “sarebbe piuttosto strano escludere un tedesco, un italiano o un francese, un olandese o un tedesco”.

Draghi, il cui mandato scade a fine 2019 e che sulle pagine della Bild esorcizza il referendum su Brexit (“non voglio né posso credere” che votino sì) e augura alla cancelliera Angela Merkel di “continuare a lottare per l’Europa”, con la Bild deve anche rassicurare i tedeschi sui i rendimenti ridotti all’osso dei loro fondi pensione e d’investimento: i tassi sotto zero, gli ricorda sulle pagine della Bild, sono oggi un dato di fatto in buona parte del mondo industrializzato.

I tassi reali, quelli che contano davvero, “sono più alti oggi che negli anni ’90” e d’altra parte gli interessi sui risparmi derivano dalla crescita, dunque l’interesse dei risparmiatori è che l’inflazione si stabilizzi e la crescita divenga più robusta”.

(di Domenico Conti/ANSA)

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