Referendum a ottobre. Un voto che vale doppio

Il Presidente del consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento in occasione dell'apertura della campagna per il sì al referendum costituzionale di autunno, al teatro Niccolini di Firenze, 2 maggio 2016. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI
Il Presidente del consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento in occasione dell'apertura della campagna per il sì al referendum costituzionale di autunno, al teatro Niccolini di Firenze, 2 maggio 2016. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI
Il Presidente del consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento in occasione dell’apertura della campagna per il sì al referendum costituzionale di autunno, al teatro Niccolini di Firenze, 2 maggio 2016. ANSA/ MAURIZIO DEGL’INNOCENTI

ROMA. – La deadline l’ha già fissata Matteo Renzi: sul ddl Boschi i cittadini italiani si pronunceranno il prossimo ottobre. Ha una forte valenza politica il referendum costituzionale (confermativo) che dovrà suggellare o respingere le riforme. E questo perché lo stesso Matteo Renzi lo vuole “fortissimamente” per trasformare quel referendum in un “trofeo” del suo governo, sicuro della vittoria. Il verdetto degli elettori peserà dunque sul destino politico del governo e della legislatura (“se la riforma non passa vado a casa”, è ormai lo slogan del premier).

Un voto che vale doppio destinato a trasformarsi nell’ennesima sfida politica di Renzi. E che sarà preceduto da un passaggio non meno condizionante per il governo, ovvero le amministrative dove ci sono in ballo città importanti come Milano, Roma, Napoli, Torino. E’ evidente che se le comunali di giugno saranno deludenti per il Pd, Renzi potrà ancora affidarsi al “salvagente” del referendum costituzionale.

L’iter è previsto dall’art. 138 della Costituzione. Per la consultazione non è fissato un quorum e quindi la riforma Boschi verrà promulgata se otterrà la maggioranza dei voti validi. Il referendum può essere richiesto da “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali” entro tre mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

E dato che il ddl Boschi è andato in Gazzetta il 15 aprile scorso, i termini scadono entro il 14 luglio. Ma i gruppi parlamentari si sono mobilitati tempestivamente: il 19 aprile tutte le opposizioni (M5s, SI, FI,Lega), e il 20 aprile la maggioranza (Pd, Ap, Des-Cd) hanno presentano alla corte di Cassazione le firme richieste per il referendum. Altre firme (500 mila indica la Costituzione) le sta raccogliendo anche il Comitato per il no.

I cittadini saranno chiamati a esprimere un sì o un no all’intera riforma, ma intanto i Radicali Italiani hanno proposto un voto per parti separate, cosa al momento non prevista dalla legge. A partire da metà luglio, dunque, la Cassazione è impegnata nei controlli di legittimità delle richieste di referendum e se tutto fila liscio, la pratica si esaurisce nei regolamentari 30 giorni e si chiude con una ordinanza della Cassazione.

Quindi, entro 60 giorni, il Cdm emette una delibera e il presidente della Repubblica indice con decreto presidenziale il referendum. Devono infine passare non meno di 50 giorni e non più di 70 entro cui si deve tenere il referendum. Si arriva così tra la metà e la fine di ottobre.

(di Giuliana Palieri/ANSA)

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