Svolta sui Marò, Girone torna a casa per l’arbitrato

Pubblicato il 02 maggio 2016 da redazione

Salvatore Girone al commissariato di polizia di Chanakyapuri, nel sud di New Delhi. New Delhi, 13 maggio 2015. ANSA/MARIA GRAZIA COGGIOLA

Salvatore Girone al commissariato di polizia di Chanakyapuri, nel sud di New Delhi. New Delhi, 13 maggio 2015. ANSA/MARIA GRAZIA COGGIOLA

ROMA. – La prima vera svolta dopo anni, “una notizia straordinaria”. Il marò Salvatore Girone potrà aspettare in Italia l’esito dell’arbitrato internazionale – che durerà almeno altri 2-3 anni – sulla vicenda che lo vede accusato dall’India, assieme a Massimiliano Latorre, di aver ucciso due pescatori indiani nel 2012.

Lo ha stabilito il Tribunale arbitrale, istituito presso la Corte permanente di arbitrato dell’Aja, al quale il governo italiano si era rivolto lo scorso dicembre per far rientrare in patria Girone – tuttora in libertà vigilata a New Delhi – fino alla fine del procedimento che dovrà decidere a chi spetti la giurisdizione sul caso.

“Una notizia straordinaria, un passo avanti davvero significativo”, ha commentato il premier Matteo Renzi dopo aver chiamato al telefono Girone da Firenze, dove si trovava per l’incontro con il collega giapponese Shinzo Abe.

Un’esultanza condivisa da tutto il Paese, in primis dal presidente Sergio Mattarella, e dalle forze politiche, ma soprattutto dai familiari di Girone: “Sono strafelice”, sono state le prime parole a caldo di papà Michele.

“Ringrazio le persone che si sono impegnate per questa vicenda. Ora voglio soltanto attendere Salvatore qui”, ha detto la moglie Vania Ardito. I tempi del rientro, ha spiegato in serata il titolare della Farnesina Paolo Gentiloni, non saranno brevissimi, “non tornerà domattina, ci vorrà forse qualche settimana”. “Ma la cosa importante – ha sottolineato – è che la decisione è stata presa e ha dato ragione all’Italia”.

Così come, si è detto convinto il ministro degli Esteri, l’Italia vedrà riconosciute le sue ragioni anche quando il tribunale internazionale entrerà nel merito della vicenda. La sentenza dei 5 giudici arbitrali sarà resa pubblica solo oggi ma nel confermare la notizia – anticipata dall’Ansa – la Farnesina ha precisato che “le condizioni del rientro” di Girone “saranno concordate tra Italia e India”.

“Il governo – ha sottolineato ancora la Farnesina – avvierà immediatamente le consultazioni con l’India affinché siano in breve tempo definite e concordate le condizioni per dare seguito alla decisione del Tribunale arbitrale”.

Consultazioni che richiederanno ovviamente del tempo. Dal canto suo l’India ha voluto puntualizzare che il Tribunale dell’Aja ha “riconosciuto le posizioni coerenti e gli argomenti chiave espressi dal governo indiano” e che, in sintesi, l’ultima parola spetta ancora a New Delhi.

In una nota ufficiale in otto punti, il ministero degli Esteri indiano ha infatti riferito che “il Tribunale arbitrale ha stabilito all’unanimità che Italia e India chiedano alla Corte Suprema una modifica delle condizioni cautelari di Girone, affinché possa tornare in Italia”, pur “rimanendo sotto l’autorità” dell’Alta Corte indiana.

Il Tribunale ha inoltre lasciato alla stessa Corte “il potere di stabilire le condizioni precise” per il rientro. Queste potrebbero includere – prosegue il comunicato indiano – l’obbligo di firma presso un’autorità in Italia designata sempre dalla Corte Suprema indiana, la consegna del passaporto alle autorità italiane e il divieto di lasciare il Paese senza permesso dello stesso organismo giudiziario indiano.

L’Italia dovrebbe inoltre riferire ogni tre mesi alla Corte Suprema sulla situazione del marò. Simili condizioni per il rientro di Girone – ma senza i ripetuti riferimenti alla Corte Suprema indiana – erano state ipotizzate nell’udienza all’Aja di fine marzo anche dall’avvocato del collegio di difesa italiano, Daniel Bethlehem.

Secondo la nota di New Delhi, il Tribunale dell’Aja ha infine stabilito quella che per l’India rappresenta la ‘garanzia’ più importante. E cioè, l’obbligo per l’Italia di riportare Girone a Delhi qualora l’arbitrato le riconoscesse la giurisdizione sull’incidente dell’Enrica Lexie e la giustizia indiana avviasse un processo nei suoi confronti e di quelli di Latorre, lui già in patria per curarsi dopo l’ictus subito quasi due anni fa.

(di Laurence Figà-Talamanca/ANSA)

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