Venezuela: Referendum revocativo, prova di forza tra Governo e Opposizione

Pubblicato il 03 maggio 2016 da redazione

VENEZUELA Oposicion firmas (gonzalo-morales)

VENEZUELA Oposicion firmas (gonzalo-morales)

Il clima politico è sempre più agitato. Il Tavolo dell’Unità ha assicurato di aver raccolto ben 2 milioni e mezzo di firme per avviare il Referendum revocativo. Sarebbero state sufficienti circa 200 mila. La notizia, che è rimbalzata sui mass-media di mezzo mondo e ha avuto l’effetto di un fulmine sui social-network, ha contribuito ad aggiungere un altro elemento di instabilità al già tanto precario equilibrio politico.

L’aggressione di cui è stato vittima nei giorni scorsi Jesús “Chuo” Torrealba, Segretario Esecutivo dell’eterogenea alleanza dell’Opposizione, è la palese manifestazione di come ormai si stia camminando sull’orlo dell’abisso.

Le passioni politiche, prima espresse nei dibattiti e poi nei virulenti attacchi sui mass-media, ora si manifestano attraverso azioni violente che sono solo paragonabili a quelle tristemente famose dell’epoca fascista in Italia e nazista in Germania.

Per il momento, i protagonisti sono solo piccoli gruppi di emarginati e disadattati che agiscono, impunemente, non si sa se, come assicurano alcuni esponenti dell’Opposizione, con la complicità delle forze dell’Ordine e l’avallo indiretto di organizzazioni politiche filo-governative.

Ma il fenomeno potrebbe estendersi, prender forza. Se a questi, poi, si aggiunge l’azione dei “colectivos”, sempre in agguato come “cellule dormenti” pronte a intervenire nei momenti di confusione e disordini, è facile immaginare che se non si corre oggi ai ripari, domani la violenza potrebbe trasformarsi in caos e il caos in deriva autoritaria.

Il dibattito, in questi giorni, si sviluppa attorno al Referendum Revocativo. L’Opposizione aveva 30 giorni di tempo per raccogliere le 195mila 721 firme necessarie per avviare la consulta diretta. Ne ha “rastrellate” 2 milioni e mezzo in poche ore. E, se non vi saranno contrattempi, le consegnerà oggi al Consiglio Nazionale Elettorale. Vuole bruciare i tempi che sono assai corti.

Bisognerà vedere se la burocrazia del Cne sarà altrettanto efficiente. Dopo la consegna delle firme, oggi, il Cne avrà 5 giorni per verificarne la validità e poi per procedere alla ratifica di almeno 200 mila elettori, dei 2 milioni e mezzo di venezuelani che hanno sottoscritto la richiesta di Referendum. Quindi, il Tavolo dell’Unità dovrà raccogliere i 4 milioni di firme per procedere effettivamente al Referendum.

Ancora le firme non sono state depositate al Cne che già è esplosa la polemica. Questione d’interpretazione. Tania D’Amelio, membro dell’organismo, ha infatti assicurato nei giorni scorsi che la verifica delle firme avverrà dopo i 30 giorni stabiliti per la loro raccolta. Insomma, non ha alcuna importanza se saranno consegnate domani o l’ultimo giorno abile. Un’interpretazione in netto contrasto con quella del Tavolo dell’Unità che vuole bruciare i tempi.

Non contribuiscono a placare gli animi le arringhe del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro. Assai distante dal linguaggio pacato, prudente, austero degli statisti d’altri tempi, il capo dello Stato getta legna sul fuoco. E nei suoi interventi pubblici non solo impiega espressioni insultanti nei confronti degli avversari politici – e ciò non sorprende più di tanto – ma mette anche in dubbio, sminuendola, l’autorità del Parlamento ora, dopo quasi un ventennio, indipendente dal governo. Così facendo, mette in discussione anche la volontà di oltre 7 milioni di elettori espressa democraticamente attraverso il voto del 6 dicembre scorso.

Lo scontro tra Potere Esecutivo e Potere Legislativo sta arrecando un serio danno al sistema democratico stesso. E l’intervento della Corte Costituzionale, che puntualmente tende ad esautorare il Parlamento, non contribuisce al clima di stabilità di cui il Paese ha bisogno per superare la crisi economica.

Nei giorni scorsi, durante una delle sessioni, il Parlamento è stato oggetto di un improvviso black-out; interruzione della luce elettrica che era stato minacciata giorni prima del capo dello Stato. La risposta acre e sarcastica del presidente del Parlamento, Henry Ramos Allup, è stata immediata ma non assicura che situazioni del genere non si ripetano. Così come non si ha la certezza che la Corte Costituzionale, su invito del governo, non intervenga su future decisioni del Parlamento. Lo scontro fra poteri si fa sempre più aspro.

Il presidente Maduro, durante il suo discorso in occasione di una nuova ricorrenza del Primo Maggio, ha invitato nuovamente i venezuelani a disconoscere l’autorità del Parlamento, ha denunciato una volta ancora l’esistenza di una presunta congiura e ha invitato i venezuelani alla ribellione in caso di un risultato a lui sfavorevole qualora si realizzasse il Referendum Revocatorio.

Il capo dello Stato ha assicurato che una commissione “ad hoc”, da lui nominata, esaminerà la validità delle firme, una funzione che in realtà è di esclusiva competenza del Consiglio Nazionale Elettorale. La minaccia è implicita e immediatamente torna alla mente la famosa “Lista Tascón”.

Ma i tempi sono cambiati. Anche l’autorità del capo dello Stato non è più quella di una volta. Ed è messa in discussione, sempre con più forza, dallo stesso Psuv, dilaniato da correnti interne. L’ala dissidente del partito di governo, che fino a ieri bofonchiava la propria disapprovazione, ora si esprime apertamente e critica anche con toni assai aspri la politica del presidente Maduro.

Assiste con preoccupazione alla disaffezione dei venezuelani nei confronti del Psuv e teme che il fenomeno crescente possa condurre alla scomparsa del “chavismo” o, in ogni caso, a una sua drastica perdita di autorità e di forza. Il fenomeno dovrebbe preoccupare anche il resto dei venezuelani.

E, infatti, democrazia è alternanza al potere; esistenza di partiti politici forti che non permettano l’egemonia indiscussa di una sola forza. L’essenza della democrazia è la dialettica, la discussione, il dibattito. In democrazia, non può esistere il “pensamiento ùnico”.

Nel corso della commemorazione del Primo Maggio, il presidente Maduro ha parlato anche di salario minimo. Ora questo sarà di 15 mila e 51 bolívares. E, ad esso, dovranno sommarsi i “Cesta-tickets” che si calcolano in 18 mila e 585 bolívares. In totale, quindi, il lavoratore venezuelano riceverà 33mila 636 bolívares.

L’aumento salariale decretato dal presidente Maduro è stato accompagnato dai soliti “motores de la economía”. Questi, che dovrebbero essere alla base della ripresa economica, s’infrangono con la realtà del Paese.

E cioè con una profonda recessione dalla quale non si riuscirà a uscire se prima non si recupera la fiducia nelle istituzioni e nel paese. E, soprattutto, se non si coinvolge l’industria privata, sia essa piccola o grande, nazionale o straniera.

Il Prodotto interno Lordo, stando al Fondo Monetario Internazionale, subirà una contrazione di circa l’8 per cento e si stima una iper-inflazione superiore al 720 per cento a fine anno. Nel 2017, questa potrebbe moltiplicarsi fino a superare il 2.200 per cento. Insomma, se fino a ieri si era sull’orlo del precipizio, ormai ci siamo dentro.

(Mauro Bafile/Voce)

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