Scontro sul referendum nel Pd, Renzi anticipa il congresso

Pubblicato il 09 maggio 2016 da redazione

renzi-pd

ROMA. – Una moratoria di cinque mesi dalle amministrative fino al referendum sulle riforme per poi aprire, con anticipo, la battaglia congressuale che regoli i conti e pesi i rapporti di forza. Non dura neanche venti minuti, in direzione Pd, la tregua proposta alla minoranza da Matteo Renzi fino ad ottobre: Gianni Cuperlo chiede una smentita a Maria Elena Boschi sull’accostamento tra chi vota no al referendum a Casapound.

“Non è una comparazione ma un dato di fatto: chi vota no voterà no come Casapound”, risponde il ministro, dando un tono muscolare alla campagna referendaria e riaprendo lo scontro interno. L’anticipo del congresso dem, previsto a dicembre 2017, era nell’aria da tempo: la minoranza l’aveva chiesto, i renziani avevano fatto melina.

Adesso il leader Pd lo rilancia in cambio di una pax a tempo che veda tutto il partito unito in vista della difficile partita delle amministrative che il premier dice di non temere perchè “in base ai sondaggi, alle scorse comunali, M5S avrebbe dovuto vincere in 107 comuni ma ha vinto in 17”.

Candidati “concreti” e orgoglio per le riforme del governo sono il mix che per il premier può tirare la volata alle comunali. “Non abbiamo nessun motivo per continuare una sfibrante discussione interna – è l’appello – Non chiedo una moratoria delle polemiche. Ma si deve fare uno sforzo per non vergognarsi di ciò che abbiamo fatto in questi anni. Non voglio sottacere i tanti problemi sul territorio: sono meno di quelli che i media raccontano, più di quelli che dovrebbero esserci”.

Una tregua lunga cinque mesi, secondo il premier, per affrontare anche la “mobilitazione permanente” per il referendum istituzionale, che Renzi immagina capillare con “banchini” in città ma anche nei luoghi di vacanza. L’offerta convince la minoranza. Anche se, osserva Gianni Cuperlo, “nessuno ha la benda sugli occhi e vediamo le tante ombre, dall’ingresso formale di Verdini in maggioranza alla questione morale di lunga data”.

Ma se sull’unità in campagna elettorale la sinistra non ha nulla da eccepire, nei toni e negli argomenti del referendum alle riforme si scorge una divergenza di vedute pari alla motivazione che anima le varie anime dem. “Ho atteso la smentita – chiede l’ex presidente del Pd – della ministra Boschi che ha posto parte della sinistra sullo stesso piano di Casa Pound. Che senso ha spingere la polemica sino ad ignorare che tra chi sceglierà di dire no ci sono i vertici dell’Anpi o 11 presidenti emeriti della Consulta?”.

Un “bullismo” che imbarazza la minoranza ma non Boschi. “Io ho più volte sentito equiparare – chiarisce il ministro prendendo il microfono in direzione – chi vota sì alle riforme a Verdini. Io mi sono limitata a constatare che chi voterà no lo farà assieme a Casapound”. Per la madrina delle riforme, la minoranza strumentalizza partendo da un titolo del Fatto Quotidiano.

“Da qui alla fine della legislatura – si sfoga – ci sarà una direzione del Pd in cui la minoranza interna non attaccherà questa dirigenza? Dico una, Gianni, anche perché la nostra gente è stanca, quando gli attacchi sono su motivi pretestuosi”.

Un botta e risposta che la dice lunga sul clima dentro il Pd e sulla resa dei conti interna che si aprirà subito dopo il referendum. Ma Renzi, che conferma la sua candidatura al congresso così come il voto nel 2018, si gioca tutto ad ottobre. E lo farà a modo suo: “Noi dobbiamo rispetto per chi fa scelte diverse ma pretendiamo rispetto”, chiarisce il premier. Che, paragonando i costituzionalisti del no agli archeologi, rigetta l’accusa di non poter cambiare la costituzione perché non eletto: “Forse stanno difendendo il codice di Hammurabi e non la Costituzione”.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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