Venezuela: Referendum sì, referendum no

Pubblicato il 09 maggio 2016 da redazione

filas para comprar alimentos en Venezuela

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Due paesi. L’uno diametralmente opposto all’altro. Quello che ci presenta la propaganda del governo e quello che ci mostra l’Opposizione. Nel primo, si ammette l’esistenza di alcune difficoltà di carattere economico, si attribuisce la mancanza di alcuni generi alimentari e medicine alla catena di distribuzione e si accusano i movimenti di destra e l’“imperialismo” internazionale – leggasi, Stati Uniti – di promuovere cospirazioni per uccidere il capo dello Stato e favorire l’instabilità istituzionale.

Nell’altro, invece, si sostiene che si è sull’orlo dell’esplosione sociale, che si muore per mancanza di medicine, che la denutrizione è tornata a essere uno dei mali delle frange meno abbiente della popolazione e che la delinquenza dilaga senza che vi siano la capacità, o la volontà, di porvi rimedio.

Ma in quale Paese realmente viviamo? Dietro le lunghe file di venezuelani alle porte dei supermarket, alle sempre più frequenti proteste spontanee, ai numerosi casi di linciaggi che la Procuratrice Luisa Ortega Dìaz ha dovuto ammettere, alla mancanza di medicine negli Ospedali, ai “black-out” programmati e non, ai 4 mila 696 omicidi nel primo trimestre dell’anno, alla spirale inflazionaria che è già iper-inflazione, si cela effettivamente una cospirazione per portare il Paese al collasso e creare le condizioni per un colpo di Stato dalle conseguenze imprevedibili?

O, al contrario, è tutto prodotto dell’incapacità del Governo di ammettere i propri errori, di dare un giro di vite alla politica economica e di stabilire un dialogo con l’opposizione per affrontare le difficoltà del Paese? Viviamo nel Paese delle Meraviglie o, al contrario, in quello della “disperazione”?

Il referendum è sempre il tema politico di maggior attualità. L’Opposizione ha già consegnato le firme richieste per l’avvio del processo che dovrebbe condurre alla consulta popolare. Scartati l’emendamento costituzionale che permetterebbe di ridurre il periodo presidenziale – dovrebbe superare l’esame della Corte che, fino ad oggi, ha rappresentato uno scoglio insormontabile – e le dimissioni del capo dello Stato – non vi è scenario possibile in tal senso – è questo l’unico cammino che può transitare il Tavolo dell’Unità, nella consapevolezza che nessuno può assicurare un risultato favorevole. I sondaggi d’opinione che riflettono la perdita di popolarità del capo dello Stato non sono garanzia di trionfo in una consultazione popolare.

Per il momento, si attende il risultato della verifica delle firme consegnate che, per norma di legge, avrebbe già dovuto essere stato reso noto nei cinque giorni seguenti la loro consegna. Ma la burocrazia e la lentezza cui ci ha abituato il Cne – c’è anche chi insinua possa essere frutto di una ben precisa strategia dilatoria – potrebbero far slittare i tempi.

E allora il “referendum revocatorio” non permetterebbe all’Opposizione di ottenere il risultato sperato: nuove elezioni presidenziali. Infatti, se il referendum dovesse saltare al prossimo anno, la Costituzione prevede la revoca del capo dello Stato ma non nuove elezioni. Il potere passerebbe al vicepresidente fino a fine mandato.

Sembrerebbe questa la strategia del Psuv, forse considerando ormai impossibile evitare la realizzazione della consulta popolare. La domanda che ci si pone è: il Psuv scommetterà sulla figura di Aristòbulo Isturiz, politico di lungo corso, o punterà su un altro personaggio? E se così fosse, chi potrebbe incarnare tutte le anime del partito?

I tempi per la realizzazione del “referendum revocatorio” sono senz’altro lunghi, e il cammino da percorrere irto di difficoltà. Ma l’obiettivo, seppur difficile, pare non impossibile da raggiungere. Nel frattempo, la controversia agita gli animi in ambedue gli schieramenti.

In seno al Psuv, si ha la sensazione che la lotta tra l’ala radicale e quella moderata si faccia sempre più violenta. E’ lo scontro per il controllo del partito. Mentre la corrente radicale pare orientata a seguire imperterrita per il cammino tracciato e, semmai, ad irrigidire le proprie posizioni; quella moderata propone una svolta economica in senso più liberale, senza rinunciare a programmi sociali come le “misiones”.

Il Tavolo dell’Unità, dal canto suo, soffre le conseguenze della propria eterogeneità. E’ un contenitore in cui sono presenti movimenti e partiti di sinistra, di centro e di destra. E, non avendo un programma di governo comune, ognuno si sente in libertà di agire come meglio crede.

Così, Jesùs “Chuo” Torrealba si trova a dover svolgere un’azione mediatrice che toglie al Tavolo dell’Unità potere e forza. In altre parole, deve conciliare le diverse anime dell’Opposizione che, per il momento, sono d’accordo sull’obiettivo ma in dissidio sulla strategia per raggiungerlo.

Minacce e ricatti. Il deputato Diosdado Cabello e il Sindaco di Caracas, Jorge Rodrìguez, hanno assicurato che il Psuv passerà al setaccio prima tutte le firme presentate dall’Opposizione per avviare il referendum abrogativo e poi quelle che eventualmente presenterà il Tavolo dell’Unità per la richiesta formale.

Nulla da eccepire. E’ non solo un diritto, ma anche un dovere del Psuv, che comunque ha ottenuto circa 5 milioni di voti il 6D. Invece, c’è molto da ridire circa le dichiarazioni dei due esponenti del Psuv che hanno minacciato ritorsioni su chi ha firmato o firmerà.

– Chi ha firmato il referendum non può lavorare in una dipendenza pubblica – ha sostenuto l’ex presidente del Parlamento, Diosdado Cabello. Gli ha fatto eco Jorge Rodrìguez.

Il ricatto, la ritorsione sono tecniche che poco si addicono a un governo democratico; pratiche mafiose inammissibili in un sistema in cui il rispetto dell’opinione altrui merita rispetto.

L’atteggiamento degli esponenti del Psuv ricorda il licenziamento di massa, avvenuti all’indomani dello sciopero dell’industria petrolifera e la famosa “Lista Tascòn”.

A rendere ancor più confuso il panorama politico è l’atteggiamento della Corte Costituzionale. Il Parlamento, oggi, è un’anatra zoppa. E infatti, ogni qualvolta legifera, non importa su quale materia, la Corte boccia per incostituzionale la Legge e la rispedisce al mittente.

Così è stato per il “Decreto d’Emergenza”, ormai scaduto e non più prorogabile, con la Riforma Parziale della Legge del TSJ, con la Legge di Conferimento dei Titoli di Proprietà ai Beneficiati della “Gran Misiòn Vivienda” e così via di seguito.

Se dovessero essere certe alcune denunce di esponenti del Tavolo dell’Unità, in primis Henry Ramos Allup presidente dell’An, nei prossimi giorni la Corte potrebbe revocare l’immunità parlamentare ai deputati che si sono recati negli Stati Uniti ed esortato l’Osa a invocare l’applicazione della “Carta Democratica”. La revoca dell’immunità parlamentare spianerebbe la strada al loro arresto con l’accusa di “alto tradimento alla Patria”.

Nei prossimi giorni è attesa in Venezuela la missione di mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Il rappresentante del Vaticano verrebbe per esprimere al governo del presidente Maduro la preoccupazione del Sommo Pontefice per la situazione del Paese, per incontrare gli esponenti degli schieramenti politici e per promuovere il dialogo tra governo e Opposizione. L’arrivo di Gallagher è atteso per il 24 maggio.

(Mauro Bafile/Voce)

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