Riforme: Boschi avverte, non è un referendum sul governo

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ROMA. – Il referendum di ottobre sulle riforme deve riguardare il loro contenuto e non il governo, sul quale ci si pronuncerà alle elezioni politiche, nel 2018. Le parole del ministro Maria Elena Boschi, durante un incontro con gli studenti della Scuola superiore dell’Università di Catania, sembrano riorientare la campagna del Governo, anche se la stessa Boschi ha confermato che in caso di vittoria del “no” l’esecutivo si dimetterebbe.

Indicativo del nuovo approccio del governo è anche il format scelto dal ministro per il nuovo tour a sostegno della riforma: un confronto con gli studenti dell’ateneo etneo, durante il quale ha prima illustrato la riforma e poi ha risposto alle domande dei ragazzi, alcune delle quali critiche, con domande chiaramente non filtrate.

Tanto è vero che alla fine, dopo un intervento-comizio dell’ultimo studente, Boschi ha commentato: “Vi ringrazio per questo confronto franco e senza filtri”. Boschi, oltre ad illustrare i contenuti, ha sottolineato che le Camere hanno modificato il testo iniziale del Governo: “quindi – ha osservato – il testo approvato non è più quello del Governo ma è del Parlamento, non solo perchè lo ha votato ma perchè lo ha deciso, per di più con una maggioranza più ampia di quella prevista dalla Costituzione”, dato che nella definizione dell’attuale testo hanno preso parte anche Fi e Lega, che poi “per ragioni politiche e non di merito” non hanno più sostenuto le riforme.

Insomma il governo solo co-protagonista delle riforme, e non dominus. Il corollario è la seconda affermazione di Boschi: quella che i cittadini dovranno fare sul referendum – ha detto – “è una scelta di merito, non di simpatia o antipatia verso il Governo. Si vota sulle Riforme: su altro saremo chiamati a decidere, nel 2018”.

Certo, Boschi non ha smentito che in caso di vittoria del no l’esecutivo farà un passo indietro (“non sarebbe serio”) ma ha insistito: “Noi al referendum abbiamo chiesto un voto sul merito delle Riforme”.

Il nuovo approccio si rifletterebbe anche nella scelta del Presidente del Comitato per il sì (dovrebbe essere annunciato il 21): è circolato il nome di Luigi Berlinguer anche se questi, interpellato al telefono ha detto: “personalmente non sono stato informato di niente. Sono a Bruxelles per una attività dell’Ue”.

Ma in ogni caso sarà il profilo di una personalità non renziana. Evidentemente sono arrivati a destinazione i suggerimenti giunti da chi, pur d’accordo con le riforme, invitava a spoliticizzare il referendum: da costituzionalisti come Cesare Pinelli, alla Civiltà Cattolica che invitava ad usare il referendum come “occasione per rifondare intorno alla Costituzione la cultura politica del Paese”.

Per non parlare della moral suasion del presidente della Repubblica. Ogni giorno però ha la sua pena. Ieri ha suscitato malumori nella minoranza del Pd l’affermazione del sottosegretario Gianclaudio Bressa per il quale la legge elettorale per l’elezione del nuovo Senato la varerà “il prossimo Parlamento”, il che implica urne nel 2017 e non alla fine naturale della legislatura, indicata da Boschi.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)