Strasburgo processa l’Italia, negato il diritto alla salute

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

Impianti Ilva a Taranto

Impianti Ilva a Taranto

TARANTO. – L’Ilva sotto processo a Taranto, l’Italia sotto processo a Strasburgo. Destini incrociati che riaffermano il dilemma tra diritto alla vita e diritto al lavoro, tra produzione e impatto ambientale, tra profitto e sicurezza. Da Strasburgo arriva la notizia che lo Stato italiano è formalmente sotto processo di fronte alla Corte europea dei diritti umani, con l’accusa di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto e dei comuni vicini dagli effetti negativi delle emissioni dell’Ilva.

Le denunce erano state presentate tra il 2013 e il 2015. Alcuni cittadini rappresentano i congiunti deceduti, altri i figli minori malati. Nel ricorso sostengono che “lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’ambiente e la loro salute” e contestano al governo il fatto di aver autorizzato la continuazione delle attività del polo siderurgico attraverso i cosiddetti decreti ‘salva Ilva’.

Concetto, peraltro, espresso anche dal governatore della Puglia Michele Emiliano a margine del processo ‘Ambiente svenduto’, iniziato nell’aula Alessandrini del tribunale di Taranto. La Regione si è costituita parte civile e la presenza di Emiliano in aula ha catalizzato l’attenzione, quasi spostando la scena. Perché tra gli imputati c’è anche il suo predecessore Nichi Vendola, fondatore di Sel, che della questione ambientale a Taranto aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia.

“Questo non è – ha spiegato Emiliano ai giornalisti dopo un’iniziale (e per lui inconsueta) reticenza – un piccolo processo per limitati episodi di inquinamento ambientale. Bisogna sanare un’apparente incongruità: com’è possibile che un impianto continui a funzionare nonostante la magistratura accusi i precedenti gestori di reati così gravi? Tutto questo può accadere grazie ai decreti che hanno ‘sospeso’ le possibilità di tutelare la salute dei cittadini tarantini”.

Il processo è iniziato con il lungo ed estenuante appello da parte del presidente della Corte d’Assise Michele Petrangelo, nei confronti del quale è stata riproposta una istanza di ricusazione da parte dei legali dell’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva.

Altre decine di costituzioni di parte civile sono state presentate nel corso dell’udienza dall’Asl di Taranto, da famigliari di operai e cittadini morti di tumore, dal Fondo antidiossina, da rappresentanti di cooperative e di organizzazioni onlus, dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, dal Codacons, dall’Enpa (Ente protezione animale).

Alla sbarra ci sono 47 imputati (44 persone fisiche e tre società). Tra questi, i fratelli Fabio e Nicola Riva, della proprietà Ilva (oggi in amministrazione straordinaria), l’ex governatore Vendola, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà, gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo.

L’udienza è andata avanti a singhiozzo, tra deposizione di atti, eccezioni, repliche e controrepliche. E’ stata rigettata la richiesta dell’avv. Giandomenico Caiazza, difensore di Archinà, impegnato in un altro processo in Cassazione, di soprassedere sulle decisioni che riguardavano la regolarità delle parti civili.

La Corte d’Assise, dopo una camera di consiglio di oltre tre ore, ha aggiornato l’udienza al 14 giugno prossimo per un difetto di notifica eccepito dall’avv. Vincenzo Vozza per conto di Cesare Corti, funzionario dell’Ilva. Le notifiche erano arrivate infatti al vecchio difensore dell’imputato, che aveva invece eletto il proprio domicilio presso Riva Fire. In aula si è affacciato anche l’ex procuratore Franco Sebastio, che ha ammesso il rammarico per non aver aver potuto rappresentare l’accusa fino al termine del dibattimento.

“Ma questo – ha precisato parlando con i giornalisti – non significa che il processo non lo debba seguire lo stesso. Noi riteniamo che la capacità inquinante di questo stabilimento sia stata riconosciuta dallo Stato attraverso l’Aia e le 9 leggi che via via sono state emesse”.

Infine, per il vescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, quello di Strasburgo “è un attacco diretto e formale allo Stato italiano in cui si chiede che venga fatta luce sulla questione in maniera adeguata. Ci si chiede inoltre se in questi anni, dal 2012 ad oggi, siano state portate avanti le bonifiche sul territorio. Allo stesso tempo resta aperta anche la questione occupazionale” oltre che quella dell’assetto societario.

Proprio in serata il gruppo Marcegaglia e il gruppo Arcelor-Mittal hanno comunicato la volontà di presentare un’offerta insieme per l’acquisizione dell’Ilva. Secondo fonti vicine all’operazione, i due concorrenti hanno manifestato ai commissari la volontà di costituire una joint venture per presentare un’offerta.

La cordata che avrebbe come capofila Arcelor potrebbe accogliere anche altri soci e nel contempo, secondo quanto si apprende, i due gruppi sono anche pronti a partecipare da soli. Intanto proseguono in maniera serrata i contatti tra il gruppo Arvedi e Erdemir per chiudere il loro accordo di partnership in vista di un’offerta per l’acquisto dell’Ilva. A questa seconda cordata potrebbe partecipare anche Leonardo Del Vecchio attraverso la sua holding Delphin.

(di Giacomo Rizzo/ANSA)

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