I 30 anni di Berlusconi al Milan: calcio show, trofei e potere

Pubblicato il 28 maggio 2016 da redazione

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MILANO. – Una squadra-azienda, campagne acquisti faraoniche, il “bel giuoco” per costruire successi e vendere spettacolo: ovvero, 30 anni di Milan targati Sivio Berlusconi, quelli che lui stesso ha oggi archiviato con una ammissione, ‘è ora di passare la mano’.

Così il ‘presidente più vincente della storia del calcio’, come ama definirsi lui stesso, ha rivoluzionato il calcio da quando il 20 febbraio 1986 rilevò da Giussy Farina la società sull’orlo dal fallimento.

All’epoca si parlò di ingerenze politiche, di scippo all’immobiliarista Giuseppe Cabassi o al petroliere Dino Armani che avrebbe offerto più dei 15 miliardi di lire di Berlusconi. Un salvataggio, “una questione di cuore” ha sempre detto il Cavaliere (negando un interesse precedente per l’Inter) che in 30 anni ha speso per il Milan oltre un miliardo di euro e vinto 28 trofei, segnando un ‘pre’ e un ‘post’ nel calcio italiano, come aveva fatto con la tv e come avrebbe fatto con la politica.

Introduce l’idea del calcio come spettacolo. Al primo raduno atterra assieme alla squadra in elicottero all’Arena con la Cavalcata delle Valchirie, chiede maglie rinforzate come nel football per intimorire gli avversari, si accontenta di quelle acriliche, con colori più televisivi.

Sul palco del teatro Manzoni diventa presidente il 24 marzo ’86, accantona l’icona rossonera Gianni Rivera, fa ristrutturare la sede di via Turati, organizza il club come le sue aziende pubblicitarie e tv, con una divisione marketing, novità per la Serie A.

Vincere divertendo è la missione. “Dobbiamo diventare il club più titolato al mondo” annuncia nell’estate ’87 in una convention al castello di Pomerio. Gli scettici si ricrederanno. Non mancheranno momenti drammatici, la notte di Marsiglia, la finale di Istanbul, fino a Calciopoli.

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Fra quelli gloriosi, il primo scudetto in rimonta sul Napoli nell’88, l’Intercontinentale a Tokyo nel 1989, la coppa campioni vinta col Barcellona nel ’94 mentre il primo Governo Berlusconi ottiene la fiducia o la finale di Champions con la Juventus nel 2003.

Per il Cavaliere, l’allenatore è prima di tutto un motivatore. Pensa subito al coach della Milano del basket, Dan Peterson. Sceglie Arrigo Sacchi (1987-91), che aveva eliminato il Milan dalla coppa Italia con una squadra di Serie B, il Parma.

Anche grazie gli olandesi Gullit, Rijkaard e Van Basten, l’intuizione paga, come la promozione dalla polisportiva Mediolanum (progetto archiviato dopo 5 anni) alla panchina di un altro homo novus, Fabio Capello, fra il ’91 e il ’96, mentre il calcio sbarca sulle reti Mediaset e il patron scende in campo in politica affidando il club a Ramaccioni, Braida e soprattutto all’ad Galliani.

Fra tv, potere e calcio i confini si sfumano. Da Palazzo Chigi ‘silura’ il ct azzurro Zoff nel 2000 e nel 2001 licenzia dal Milan Zaccheroni che nel ’98 ottiene lo scudetto al primo anno ma sfida il dogma della difesa a tre e diventa il terzo dei 4 esonerati nei primi 15 anni dell’era berlusconiana (dopo Liedholm e Tabarez, prima di Terim). Quattro difensori, una mezza punta e due punte, ordina il presidente.

Ancelotti (2001-09) vince tutto col 4-3-2-1 e se ne va quando Berlusconi gli dà le colpe del campionato perso. Dopo un anno lascia anche Leonardo, per “incompatibilità” col n.1 rossonero, che rivendica i “17 passaggi consecutivi” della sua Edilnord, suggerisce formazioni e rifila battute al vetriolo.

Allegri è l’ultimo a raccogliere titoli (scudetto 2011 e Supercoppa italiana 2012) e il primo dei tre esonerati dal 2014, oltre agli esordienti Seedorf e Inzaghi. Con Mihajlovic il feeling non è nato, si vedrà. Ma non è più il Milan delle spese folli (i 64 mld di lire per Lentini nel ’92 o i 31 mln di euro per Nesta nel 2002), dei capitani storici Baresi e Maldini, e dei palloni d’oro, da Van Basten a Weah, da Papin a Baggio, da Shevchenko a Ronaldinho, acquisto sbandierato dal leader di Forza Italia prima delle elezioni del 2008.

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L’ultimo pallone d’oro rossonero è Kakà, la sua cessione nel 2009 segna la svolta: fin li’ Berlusconi ripiana sempre, poi diventa impossibile resistere alle tentazioni. Così partono Ibrahimovic e Thiago Silva, mentre in società iniziano frizioni fra Barbara Berlusconi e Adriano Galliani.

Il presidente, 80 anni a settembre, nel 2013 nomina anche la figlia ad e vicepresidente, nasce il Milan a due teste, che non può più dipendere da Fininvest. Barbara realizza Casa Milan e punta sullo stadio di proprietà ma il padre stoppa il progetto, mentre si cercano soci, soprattutto a Oriente. La trattativa con Bee Taechaubol non decolla, ora c’è quella con i cinesi ancora in corso.

Ma la decisione è definitiva: dopo 30 anni, basta Milan.

(di Paolo Cappelleri/ANSA)

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