L’analisi del voto alle Comunali: chi vince e chi perde

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Come di consueto all’indomani di una tornata elettorale, è tempo di analisi e soprattutto di bilanci. E lo è ancor di più se, pur trattandosi di elezioni comunali, si è votato in città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna.

La prima considerazione da fare è che il Partito Democratico, alla guida del Paese, da questo primo turno non ne esca benissimo. Tutt’altro. Ed in particolare non ne esce benissimo Renzi, apparso in imbarazzo come non mai in occasione della conferenza stampa del giorno dopo.

Il Matteo nazionale non ci gira troppo attorno e ammette, seppur parzialmente, la sconfitta.
Roberto Giachetti a Roma si ferma al 24,9%, surclassato dalla candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi che vola con 35,2 punti percentuali. Se la giocheranno al ballottaggio, ma la “freschezza” quantomeno ipotetica della pentastellata (secondo alcuni “teleguidata” da Paola Taverna e compagnia) la lancia come grande favorita nella corsa al Campidoglio.

La sensazione che aleggia fuori e dentro i circoli della politica romana, però, è che Renzi non fosse poi così interessato a queste elezioni amministrative in generale ed alle beghe della capitale in particolare.

Perché, infatti, non schierare un candidato “di peso” per una città di fatto così rilevante? Con tutto il rispetto per Giachetti, il suo nome è suonato ai più come quello di uno sconosciuto qualsiasi al momento di essere annunciato dai vertici del partito.

Tra gli strascichi folli della vicenda del dimissionario Marino e gli scandali del PD romano, sembra quasi che Renzi e i suoi abbiano voluto concedersi un giro di pausa. Il tutto lasciando Roma in pasto ai 5 Stelle, quasi a voler dimostrare la loro incapacità di governare. 5 Stelle che, a questo punto, hanno la possibilità concreta di ritrovarsi al vertice del comune, rischiando magari di fare anche bene. E con cui, volenti o nolenti, gli stessi signori del governo dovranno pur relazionarsi.

E la sensazione che le comunali interessassero e continuino ad interessare soltanto relativamente è data ancor di più dal fatto che in queste ultime settimane, ed addirittura nel corso della stessa conferenza stampa del lunedì post-voto, l’argomento di punta del premier sia stato e continui ad essere il referendum costituzionale.

Chiunque abbia avuto modo di scambiare anche soltanto due parole con Matteo Renzi sa che questo è il vero grande obiettivo che gli ronza nella testa, pur mancando un’intera stagione al voto di ottobre. Già partita infatti, ed in pompa magna aggiungerei, la campagna elettorale per il sì, con quel “casa per casa” invocato dallo stesso presidente del Consiglio.

A Milano, invece, l’uomo chiave di Expo 2015 e candidato forte dei dem, riesce a spuntarla: Beppe Sala, infatti, stacca il ticket per il ballottaggio con un 41,7% che tuttavia lascia spazio e speranze al candidato di centrodestra Stefano Parisi, indietro in fondo per una manciata di voti.

Nel frattempo a Napoli va in scena il trionfo di De Magistris che, con la sua verve populista e “rivoluzionaria” (non si capisce bene cosa debba rivoluzionare un sindaco già in carica da 5 anni), incassa un 42,8% con cui “doppia” Lettieri e Valente, rispettivamente candidati per il centrodestra e per il PD. Quasi scontata dunque, salvo colpi di scena clamorosi, la sua riconferma.

Torino e Bologna, infine, con i due candidati del centrosinistra, Fassino e Merola, avanti agli altri, ma entrambi costretti ad un ballottaggio il cui esito rischia di essere equilibrato ed incerto.

Due settimane e si torna alle urne. Ma una sensazione, un “mezzo” risultato di natura politica, c’è già ed è che Renzi abbia in qualche modo abusato della sicurezza in sé stesso (per alcuni arroganza vera e propria) e che, come scrive il suo antagonista Luigi Di Maio, “gli elettori gli abbiano restituito il #Ciaone” di qualche tempo fa (un’uscita a dir poco di cattivo gusto con cui il deputato PD Ernesto Carbone aveva sbeffeggiato promotori e sostenitori del referendum sulle trivelle).

Una battuta d’arresto evidente, dunque. Ed è difficile non pensare ad un anno fa, quando all’indomani dei risultati delle elezioni europee lo stesso Renzi non aveva esitato ad incassare la vittoria anche e soprattutto in chiave nazionale.

Si trattava sì di elezioni politiche, mentre in questo caso siamo di fronte a delle “semplici” amministrative, ma è abbastanza evidente il giochetto: quando si vince, vince il governo; quando si perde, invece, perdono i singoli candidati o si grida addirittura allo scandalo (leggi alla voce PD napoletano, di cui Renzi chiede il commissariamento).

Saranno due settimane dense ed interessanti. Ed è ancor più interessante immaginare che cosa succederebbe se si andasse al voto per delle elezioni politiche domani mattina.

(Luca Marfé/Voce)

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