Cresce negli Usa la voglia di italiano

Pubblicato il 08 giugno 2016 da redazione

Senatore Claudio Micheloni

Senatore Claudio Micheloni

di Mariza Bafile

NEW YORK: Una visita serrata, senza pause, ma senza dubbio molto positiva, è quella che hanno realizzato i senatori Maria Mussini (5Stelle), Franco Conte (AP / NCD-UDC) e Renato Turano (PD) della Commissione Istruzione, guidata dal Presidente del CQIE (Comitato per le questioni degli italiani all’estero) Claudio Micheloni.

Scopo principale del viaggio quello di analizzare in prima persona la diffusione della lingua e cultura italiana negli Stati Uniti.

Prima tappa Washington durante la quale i senatori hanno avuto incontri importanti con i nostri rappresentanti diplomatici e in primis con l’Ambasciatore Armando Varricchio, il responsabile del settore culturale dell’Ambasciata Franco Impalà, i responsabili dell’ufficio economico-commerciale-scientifico Andrea Cascone e gli addetti scientifici, la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura Angela Tangianu, e poi con i rappresentanti locali delle scuole e degli enti gestori prima e in seguito con i rappresentanti di Comites ed associazionismo.

A New York sono arrivati in tempo per partecipare alle celebrazioni del 2 giugno organizzate dal nostro Consolato Generale e al tempo stesso hanno partecipato ad una serie di incontri con i rappresentanti della scuola Guglielmo Marconi, degli Enti Gestori e dei corsi di lingua e cultura italiana.

Carlo Davoli, responsabile del settore culturale del Consolato Generale di New York ha spiegato loro con cifre e dettagli l’importanza dell’italiano negli Stati Uniti e in particolare nello stato di New York e come la richiesta sia di gran lunga superiore all’offerta.

Ha spiegato anche che la difficoltà maggiore che devono affrontare è quella di reperire docenti qualificati di italiano in possesso dell’abilitazione all’insegnamento prevista dalla legislazione locale.

Davoli ha sottolineato l’importanza delle iniziative di formazione avviate dai docenti con la collaborazione dell’ente gestore IACE, della Montclair State University nel New Jersey supportata dalla Fondazione Coccia Inserra e dall’ente di formazione “Studio Arcobaleno”.

A Chicago il senatore Renato Turano che ormai da moltissimi anni e molto prima di diventare senatore si è dedicato con grande passione alla diffusione della lingua e cultura italiana negli Stati Uniti, ha fatto da anfitrione e anche in questa città la delegazione ha avuto modo di capire quanto poco si stia facendo e quanto si potrebbe fare per offrire una risposta adeguata alla grande richiesta di italiano che c’è in questo paese.

Come ha giustamente detto il dott. Carlo Davoli “Se l’Italia capisse quanto può essere grande il ritorno per ogni dollaro investito in lingua e cultura all’estero!”

La delegazione ha partecipato alle molte attività organizzate sia a New York che a Chicago per celebrare il 2 giugno, un 2 giugno particolarmente importante perché quest’anno abbiamo festeggiato i 70 anni della nostra Repubblica.

Questo l’intervento che il Senatore Micheloni ha fatto alla presenza di importanti personalità italiane e nordamericane e di numerosi esponenti della nostra Comunità.

Signore e signori, cari amici,
innanzi tutto desidero ringraziare tutti voi che siete qui, a condividere la celebrazione del
giorno in cui, 70 anni fa, milioni di cittadini italiani votarono per eleggere i membri
dell’assemblea costituente e il referendum sulla forma dello stato tra monarchia e
repubblica. Svolgerò una breve riflessione sul significato storico di quegli eventi, gettando
uno sguardo sullo scenario attuale.

Cominciamo dalla Repubblica, facendo un passo indietro di quasi tre anni. L’8 settembre
del 1943 Vittorio Emanuele III di Savoia, il governo Badoglio e i vertici militari scelgono di
offrire ai nazifascisti la capitolazione di Roma, nonostante fosse totalmente ingiustificata
dal punto di vista militare: le forze dell’esercito italiano erano nettamente superiori ai
tedeschi di stanza a Roma e le truppe, così come i comandanti delle divisioni, per non
parlare della popolazione civile, erano ben disposte a combattere.

Scrisse un importante partigiano e storico della Resistenza, Roberto Battaglia:
“La fuga di Pescara sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né
può essere più cancellata.

E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne
le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel popolo, cosi abbandonato
al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere
che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.”

Il 2 giugno, dunque, rappresenta la chiusura definitiva della fase più drammatica del
novecento italiano, e la prima pagina di una storia nuova.

Questa nuova storia, questa nuova Repubblica, è nata quindi grazie alla Resistenza, civile
e militare, grazie alle nazioni democratiche e antifasciste, con gli USA in prima linea, e
anche, mi sembra giusto ricordarlo oggi qui, ma non solo qui e non solo oggi, grazie ai
sacrifici e alle sofferenze di una categoria particolare di italiani.

Prima di partire mi sono imbattuto in un breve video, il promo di un documentario di Marco Curti presentato al festival indipendente di New York nel 2013, che spero di vedere integralmente quanto
prima: Fighting Paisano. Vi si racconta la vicenda di quegli italoamericani che si trovarono
a combattere per la loro nuova patria, contro quella vecchia. O meglio, dovremmo dire,
che combatterono con l’esercito della loro nuova patria, per liberare quella vecchia e
garantirle un futuro di democrazia e benessere.

Ma voglio dirlo con le parole di Gene Giammobile, un emigrante abruzzese, che
restituiscono il travaglio profondo di quell’epoca:
“Scelsi l’America come paese adottivo, ma non venitemi a dire che ero un nemico interno,
perché… ho combattuto contro la mia gente!”.

Voi queste cose le sapete, e le capite, per cui dirò poche parole sull’oggi per concludere.
In questi mesi, in Italia si discute una riforma della Costituzione che si cominciò a scrivere
70 anni fa. Non entrerò nel merito della riforma, e della mia contrarietà a questa riforma,
che esprimerò votando no al referendum che si dovrebbe tenere nell’autunno di
quest’anno.

Voglio solo trarre qualche spunto dalle vicende che ricordiamo in questa
occasione, per inquadrare meglio ciò che accade, non solo in Italia, nel mondo di oggi.

Le costituzioni non sono intoccabili, ci mancherebbe: possono e devono essere
aggiornate, adeguate alla società contemporanea. Ma è fondamentale che, nel farlo, si
sappia sollevare lo sguardo dalle contingenze del momento e dalle convenienze di parte,
perché quando si scrive o si modifica una Costituzione occorre ragionare a lungo termine,
non in base alla prossima scadenza elettorale; si deve cercare di comporre i valori e gli
interessi dell’insieme del popolo, non di una sua parte.

In Europa, per esempio, non ci siamo riusciti, e i risultati sono sotto i nostri occhi: un
continente che ha saputo costruire, bene o male, 70 anni di pace dopo una guerra civile
costata decine di milioni di morti, si sta disunendo se non peggio di fronte a pochi milioni di
profughi.

Signore e signori permettetemi un pensiero per tutti quei bambini, quelle donne e quegli
uomini che continuano a morire nel mare Mediterraneo, nel mare nostro, quegli esseri
umani muoiono sulle strade che percorrono alla ricerca della salvezza, della
sopravvivenza dalla guerra e dalla fame.

Muoiono per colpa delle guerre e della fame ma anche per colpa della miseria culturale umana, della cieca e vigliacca politica europea di oggi. Ma voglio qui dire tutto il mio orgoglio di essere italiano, l’orgoglio di sostenere questo governo e i governi precedenti, perché l’Italia, malgrado l’Europa e la sua cieca politica, non costruisce muri ma salva vite umane.

Concludo sul tema di oggi : Piero Calamandrei, parlando all’assemblea costituente, che
fu eletta il 2 giugno di 70 anni fa, fece un discorso molto critico sui compromessi e le
ambiguità che lui, da sommo giurista quale era, aveva individuato nel testo costituzionale,
e a chi gli contestava un modo di vedere le cose troppo teorico e troppo poco politico,
disse: “Credete, voi che vi intendete di politica, che sia proprio una buona politica quella
consistente, quando si discute una Costituzione, nel presupporre sempre che in avvenire il
proprio partito avrà la maggioranza, e nel disinteressarsi, in tale presupposto, della
precisione e della chiarezza tecnica dei congegni costituzionali?”

Spesso dico che ovunque vada, soprattutto in Europa, riscontro una profonda crisi della
rappresentanza democratica, del rapporto tra cittadini e politici; ma solo in Italia, a mio
avviso, questa crisi investe non solo i soggetti politici, i partiti, ma le stesse istituzioni
democratiche. Già da tempo, e a maggior ragione, temo, di qui in avanti, ascoltiamo una
propaganda che ci invita a considerare le istituzioni come fossero bistecche, a chiederci:
quanto costano? Quanto costa la democrazia?

Ecco, io sono contro tutti gli sprechi, gli eccessi e i privilegi della classe politica, ma se
vogliamo sapere quanto costa la democrazia – scusate la retorica, ma questa è la verità –
dovremmo chiederlo a quei soldati italoamericani di cui vi ho parlato, a quei soldati italiani
che non eseguirono gli ordini infami di una monarchia indegna, a quei cittadini che scesero
in strada a Roma sulla via Ostiense per combattere i nazisti a mani nude, a quelle
centinaia di migliaia di italiani che pochi mesi dopo salirono in montagna e restituirono al
nostro Paese l’onore, la dignità infangata da venti anni di fascismo e cinque anni di guerra
imperialista al seguito di Hitler.

Loro lo sapevano, quanto costa la democrazia. Cerchiamo di non dimenticarlo noi, che
grazie a loro abbiamo vissuto in pace e libertà.

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