Il sogno spezzato di Bernie, rivoluzionario “gentile”

Pubblicato il 09 giugno 2016 da redazione

bernie

WASHINGTON. – “La lotta continua”. Verso la prossima ed ultima tappa delle primarie democratiche, a Washington DC. Verso la convention di Filadelfia. Nemmeno il trionfo di Hillary Clinton in California induce Bernie Sanders a cedere le armi: il 74enne senatore ‘socialista’ del Vermont ha fatto sognare una parte d’America, ha sognato lui stesso, e adesso non vuole smettere.

Il perché lo spiega bene nel suo appassionato discorso dopo l’ultimo Super Tuesday del 2016: dapprima sembra cedere al richiamo all’unità che adesso giunge -anche se non ancora nero su bianco- da Barack Obama in persona.

Lo fa riconoscendo l’imperativo di non consentire l’elezione di Donald Trump. Ma poi in un crescendo misto di entusiasmo e commozione elenca i motivi per cui -ripete- “la lotta continua”. Eguaglianza economica, sociale, razziale. Rivoluzione politica. Quindici minuti tra gli applausi per ripercorrere la sorprendente ascesa del senatore liberal determinato fino alla fine a dimostrare che un’America diversa c’è.

Perché questo è adesso l’obiettivo di Sanders, seppure appaia ormai ‘disperato’: contare e far contare quella parte di elettorato che senza la sua proposta ‘alternativa’ sarebbe rimasto a casa e a votare alle primarie non ci avrebbe nemmeno pensato.

Sono i molti giovani mobilitati al grido di ‘feel the Bern’ (‘senti il Bern’, gioco di parole con ‘feel the burn’, ‘senti il bruciore’, frase che indica quando i muscoli lavorano, resa celebre da Jane Fonda nelle sue lezioni di aerobica) e chi ha trovato nella sfida di Sanders una ‘casa’ per le proprie idee e i propri desideri che non credeva di avere.

Partito da uno svantaggio letto come naturale un anno fa -è il solito movimento marginale, si osservava- l’entusiasmo è cresciuto comizio dopo comizio e piccola donazione dopo piccola donazione. Al punto che all’inizio delle primarie in Iowa la sinistra americana aveva già davanti a sé una scelta di campo. E in numeri sempre maggiori sceglievano Sanders.

Notevoli i picchi di popolarità, diverse le sorprese alle urne e nei caucus suo punto forte. Coerente fino ad essere ripetitivo. Dalla sua il vantaggio di portare una raggio di novità dalla forza travolgente quasi paragonabile alla sorpresa dell’America per il primo Obama. Con la differenza però che Bernie Sanders c’era da sempre. Forse non lo si vedeva.

Ma il senatore con il record di presenze al Congresso alla politica ha dedicato una vita e professando sempre lo stesso credo. E diventato però ‘mainstream’ solo adesso, quando a 74 anni ha sfidato Hillary Clinton, ovvero l’establishment democratico per eccellenza.

Hillary però l’ha pure ‘migliorata’. Ne ha fatto una candidata migliore. L’ha anche spinta a sinistra. L’ha indotta a parlare più chiaramente di disuguaglianza economica, a scendere nel dettaglio per un ‘oltre Obamacare’, a promettere di più nella lotta ai cambiamenti climatici.

Sanders ha illuminato una quinta sul palco del partito democratico che se lasciato ad Hillary Clinton da sola per il suo ‘one woman show’ sarebbe rimasto in ombra. Oltre però il senatore liberal non è andato: sarà perché non ha voluto cedere allo stile dei colpi bassi, sarà per quella convinzione che la gentilezza paga (forse meno davanti alle telecamere nei dibattiti in tv), sta di fatto che l’attacco ultimo non lo ha mai sferrato davvero, la battaglia senza esclusione di colpi, l’affondo per colpire dove fa male.

Così più di questo adesso Bernie Sanders non può fare. Ed è anche rischiosa questa sua determinazione nel non voler mollare. I democratici per rimanere alla Casa Bianca hanno bisogno anche dell’elettorato di Sanders. Ne ha bisogno Hillary.

Se ne parlerà tra poche ore nel faccia a faccia tra il senatore e Barack Obama, che sta di certo ritardando l’endorsement ufficiale alla sua ex segretario di Stato perché nel partito vuole mantenere la ‘grazia’. Mentre alla fine poca ne ha mostrata Sanders verso Hillary, nemmeno menzionando l’impresa storica della ex first lady prima donna a conquistare la nomination per le presidenziali.
(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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