Referendum Revocatorio in Venezuela, il Cne si arrende all’evidenza

Pubblicato il 13 giugno 2016 da redazione

revocatorio

di Mauro Bafile

CARACAS – Finalmente si è pronunciato. Il Consiglio Nazionale Elettorale, dopo un lungo silenzio, ha dato risposta alle insistenti richieste dell’Opposizione. Dei quasi due milioni di firme consegnate dal Tavolo dell’Unità per esigere l’avvio del processo che prima della fine dell’anno dovrebbe condurre alla realizzazione del Referendum Revocatorio, sono risultate valide un milione 352 mila e 52. Ne erano sufficienti poco più di 195 mila.

Gli esponenti del Psuv e del Governo hanno già fatto sapere che esigeranno si faccia luce sull’origine delle oltre 600 mila firme escluse dall’organismo elettorale. Ritengono che dietro la raccolta delle firme, avvenuta in tempo record contro ogni pronostico, vi siano gravi irregolarità che potrebbero addirittura inficiare tutto il processo iniziato per destituire il capo dello Stato, Nicolás Maduro, attraverso i meccanismi contemplati dalla Costituzione.

E’ nel loro diritto denunciare ed esigere. Ed è giusto che, se vi sono state irregolarità, i venezuelani ne siano informati e i colpevoli castigati.

Dal canto suo, il presidente Maduro ha già detto che, la presenza di circa un 30 per cento di firme “irregolari” tra le quasi due milioni presentate dall’Opposizione, rende poco credibile la pretesa di un Referendum Revocatorio.

Ha poi accusato l’Opposizione di aver falsificato un gran numero di firme. Il capo dello Stato ha sostenuto che oltre 10 mila appartengono a persone già decedute e quasi 2 mila a delinquenti in carcere che, per legge, sono esclusi dall’esercizio di questo diritto.

Per l’Opposizione si apre un nuovo capitolo. I venezuelani le cui firme sono state ritenute valide dal Cne, infatti, avranno due settimane per reiterare la propria volontà. Coloro che desiderano ritirare la propria firma, non più convinti dei benefici del Referendum, potranno farlo dal 13 al 17 del corrente mese.

Chi, invece, è convinto del contrario potrà ratificare la propria firma dal 20 al 24 giugno. Tutti dovranno recarsi presso l’ufficio principale del Cne nello Stato in cui votano. Ad esempio, chi lo fa nello Stato Miranda dovrà recarsi presso l’ufficio del Cne a Los Teques, cittadina a a circa 30/35 chilometri dalla capitale.

L’organismo elettorale, una volta conclusa la ratifica delle firme per il Referendum avrà 20 giorni per procedere ad una loro ulteriore revisione. Se il numero delle firme valide sarà sufficiente, il Tavolo dell’Unità avrà appena tre giorni per raccogliere il 20 per cento delle firme degli iscritti alle liste elettorali(ovvero, quasi 4 milioni) ed indire il referendum prima della fine dell’anno.

Il cammino verso il Referendum è ancora molto lungo. E, sebbene la Costituzione lo prevedesse piuttosto semplice, il regolamento approvato dal Cne l’ha reso assai complesso. L’organismo elettorale è stato accusato dal Tavolo dell’Unità di ritardare con ogni mezzo a sua disposizione, il cronoprogramma del Referendum.

La consulta popolare, per garantire la possibilità di un cambio di governo, e non la sola destituzione del capo dello Stato, dovrà realizzarsi prima del 10 gennaio del prossimo anno. Oltre quella data il Paese assisterebbe a un “Referendum gattopardiano”.

Insomma, si procederebbe effettivamente alla destituzione del capo dello Stato ma non a un cambio di governo né a nuove elezioni. Il vicepresidente di turno assumerebbe ogni responsabilità. Un cambio di “forma” ma non di “fondo”.

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La politica si muove in trincee opposte. E sia nell’uno sia nell’altro fronte i leader politici cominciano a muovere le proprie pedine. In casa del Psuv, la lotta fratricida è per la conquista della vicepresidenza, la quale è oggi saldamente in mano a Aristòbulo Isturiz. Ma fino a quando?

Intanto le azioni per frenare il malcontento si fanno sempre più stringenti. La dissidenza, in seno al Psuv, interpreta il malessere che scorre nelle file del “chavismo” e condanna l’incapacità del presidente Maduro di reagire di fronte alla crisi che attraversa il paese.

La “purga” – allo stile “staliniano” si mugugna nei corridoi del Psuv – pare sia iniziata con l’irruzione della polizia nella sede di “Marea Socialista”. La critica del politologo Nicner Evans, che non può certo essere accusato di appartenere all’Opposizione, è assai dura.

In un articolo su “Aporrea.com”, il noto analista condanna la perquisizione degli uffici di “Marea Socialista” e accusa il governo di voler imporre un “pensiero unico”, il suo. A parere di Evans, si vuole distruggere la possibilità della sinistra razionale di porsi come alternativa “al disastro del governo del presidente Maduro”.

E sottolinea che così si nega “il pluralismo democratico”. Il politologo ha anche rilevato che è in atto un confronto assai duro tra l’1 per cento che vive del sudore di chi lavora e ha conti nei paradisi fiscali e il 99 per cento dei venezuelani che vive del proprio lavoro e vuole progredire.

Quanto accade con “Marea Socialista” pare sia solo la punta dell’Iceberg. Il malcontento, in seno al Psuv, cova e cresce in attesa di uno scontro aperto che pare oramai inevitabile e che potrebbe provocare l’implosione del partito o, in ogni caso, un suo ulteriore indebolimento.

Se la situazione politica del paese non è precipitata e il presidente Maduro si mantiene ancora saldo nel potere, stando agli esperti in materia, è più per demerito dell’Opposizione che per merito del Governo che si limita a “vivacchiare”, forte del controllo dei “Poteri Pubblici”, evitando di prendere una qualsiasi iniziativa.

La situazione in seno al Tavolo dell’Unità non è poi molto diversa da quella che vive il Psuv. Il suo Segretario Esecutivo, Jesùs “Chuo” Torrealba, fa ormai fatica a mantenerne il controllo. L’unità dell’Opposizione, stretta attorno alla consulta popolare, è, di fatto, solo apparente. La lotta tra i leader per emergere e per imporsi si produce all’ombra del Referendum. Si muovono pedine, e si avanza con attenzione e prudente diplomazia.

Henry Ramos Allup, dal Parlamento ha fatto sua la bandiera della “Carta Democratica” approfittando delle relazioni internazionali che Acción Democrática ha saputo tessere e curare fin dalla sua fondazione. Nell’ambito interno è evidente il tentativo di stringere alleanza con Henry Falcón e il Partito Un Nuevo Tiempo.

Dal canto suo, Henrique Capriles Radonskisi si è impossessato della bandiera del Referendum Revocatorio. Già candidato alla presidenza della Repubblica, ora cerca un avvicinamento con Leopoldo López e Voluntad Popular, sicuro che quest’ultimo non potrà partecipare a una campagna presidenziale, qualora si realizzasse il Referendum prima della fine dell’anno.

Mentre le forze politiche si ricompongono e ricompattano su fronti opposti, la missione diplomatica dell’ex premier spagnolo, José Luis Zapatero, può considerarsi conclusa. Il suo fallimento, come i tentativi di chi lo ha preceduto, è oggi una realtà.

D’altronde, la premessa sulla quale sembra fosse impostato il negoziato era inaccettabile per l’Opposizione: la libertà dei prigionieri politici – ai quali sarebbe stata assicurata “casa per carcere” – a cambio di rimandare la realizzazione del referendum adopo il 2017. Una richiesta, qualora effettivamente sia stata avanzata, assurda e inaccettabile per l’Opposizione che sul Referendum si gioca il proprio avvenire.

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Se il panorama politico si presenta con toni assai cupi, non meno preoccupante appare quanto sta accadendo nell’ambito sociale. La morte del connazionale Mauro Monciatti, sulla quale ancora oggi si tessono speculazioni e sulla quale purtroppo sembrano esserci più dubbi che certezze, ha posto di nuovo l’accento sul tema dell’insicurezza.

Stando allo studio realizzato dall’Istituto di Scienze Penali e Criminalistiche, negli ultimi 150 giorni il fenomeno dei sequestri si sarebbe quintuplicato, se paragonato con lo stesso periodo dello scorso anno. E, assieme al fenomeno dei sequestri, è cresciuto anche il numero dei delitti ad esso collegato: l’omicidio, le lesioni e, purtroppo, i casi di violazione. I venezuelani, senza alcuna esclusione, vivono schiavi del terrore psicologico.

D’altro canto, la Ong Amnistia Internazionale ha denunciato anch’essa la mancanza di generi alimentari e medicine sottolineando che il Venezuela è sull’orlo di un’immane “catastrofe umanitaria”. A questo punto, non deve sorprendere la crescente ondata di saccheggi e proteste che, in questi giorni, la Polizia e l’Esercito hanno represso con particolare violenza.

Ormai, le Forze dell’Ordine fanno fatica a controllare le tante manifestazioni di protesta che, come piccoli incendi, si verificano qua e là, in ogni angolo del Paese. Il governo continua ad accusare l’Opposizione di essere responsabile della mancanza di alimenti e di essere protagonista di una presunta “guerra economica”. Ma, come il pastorello nella favola attribuita ad Esopo, pare abbia perso oggi ogni credibilità.

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