La città di Orlando ferita, fra tristezza e incredulità

Pubblicato il 13 giugno 2016 da redazione

A sign and flowers lie on the ground outside the US Embassy during a vigil for those killed and wounded in the Sunday June 12, 2016 mass shooting at a gay nightclub in Orlando, Florida, in Bangkok, Thailand, Monday, June 13, 2016.

A sign and flowers lie on the ground outside the US Embassy during a vigil for those killed and wounded in the Sunday June 12, 2016 mass shooting at a gay nightclub in Orlando, Florida, in Bangkok, Thailand, Monday, June 13, 2016.

ORLANDO. – Una città ferita, incredula per il suo ”11 settembre”. A Orlando regna il silenzio, un silenzio rumoroso, di dolore. Allo strazio delle famiglie accampate per ore vicino agli ospedali in attesa di notizie centellinate delle autorità si accompagna il dolore della comunità gay, colpita al cuore, in uno dei locali più famosi della città.

L’area dove il killer Omar Mateen ha colpito è completamente chiusa, presidiata dalle forze dell’ordine: la polizia e l’Fbi continuano a lavorare ininterrottamente, a raccogliere prove e cercare una spiegazione per la sparatoria più sanguinosa della storia d’America.

Nei bar gay, a 24 ore dalla strage, si respira un’aria sommessa, di paura. Molti indossano la maglietta del Pulse in ricordo delle vittime. Al Savoy, locale gay vicino a downtown Orlando, il tono di voce è basso: poche persone nel locale che discutono dei fatti recenti. Il morale è a terra.

Alle 2.00 del mattino, a 24 ore esatte dall’attacco, piccoli gruppi di persone di radunano per onorare le vittime: anche loro sarebbero potuti essere al Pulse nella notte fra sabato e domenica, ma l’hanno scampata.

In onore delle vittime la ruota di Orlando si tinge dei colori dell’arcobaleno. Colori che caratterizzano tutti coloro, curiosi e non, che si affacciano nei pressi del luogo della strage, al 1912 S. Orange Avenue di Orlando, sede del Pulse.

”Sono devastata” afferma Barbara Poma, la proprietaria italo-americana del locale, aperto 15 anni fa in memoria del fratello morto di Aids. ”E’ un altro 11 settembre” commenta John, un ragazzo di 30 anni.

”Abbiamo fatto la storia, ma non in modo positivo” sono le parole di un giovane afroamericano che, accompagnato da una ragazza ispanica, distribuisce bottigliette d’acqua.

La catena del volontariato si è subito messa in moto: oltre alle file per donare il sangue, acqua e ghiaccio – essenziali per combattere l’elevata temperatura e l’umidità – arrivano da chi abita vicino all’area della strage, ma anche da chi vuole fare la sua parte e cercare di dare aiuto in un momento di difficoltà’ per la città.

”Una mia amica mi ha detto che serviva del ghiaccio, ne ho quattro buste. Dove posso lasciarle?”, chiede una donna all’agente di polizia che l’ha fermata perché si stava avvicinando senza permessi al luogo dell’incidente.

(dell’inviata Serena Di Ronza/ANSA)

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