L’abbraccio di Obama a Orlando, tra i familiari delle vittime

Pubblicato il 16 giugno 2016 da redazione

strage-orlando

WASHINGTON. – Per la nona volta durante il suo mandato presidenziale Barack Obama ferma tutto e parte per portare il suo sostegno ad una comunità colpita al cuore dalla violenza cieca. Questa volta la destinazione è Orlando, in Florida, dove è giunto per abbracciare i familiari delle vittime della strage al Pulse, per portare il suo conforto ai sopravvissuti dilaniati dal dolore e dalla colpa di essere sfuggiti alla mano omicida, per ringraziare di persona chi ha prestato i primi soccorsi, i medici, gli infermieri, le forze dell’ordine precipitatesi nella notte tra sabato e domenica al night club da cui giungeva il grido d’aiuto.

Obama vuole farlo lontano dai riflettori. Pubblicamente il presidente ha già parlato e in più di una occasione dopo la strage. Questo è il momento di portare un messaggio intimo, di mostrare – con accanto il vicepresidente Joe Biden – come gli americani “restano uno al fianco uno dell’altro”, come l’America si stringe attorno ad Orlando.

“Non c’è modo più tangibile di manifestare il suo sostegno se non recandosi nella città dove ha avuto luogo questo orrendo episodio”, ha spiegato la Casa Bianca. E di tangibile Obama a Orlando trova il dolore: in corteo verso il luogo dove incontra la comunità, a due miglia circa dal Pulse, scorrono davanti agli occhi del commander in chief giunto da Washington i segni profondi lasciati dalla violenza scatenata da Omar Mateen, tra le bandiere arcobaleno e quel cartello affisso all’ingresso di una rivendita di Harley-Davidson: “Pregate per Orlando”.

Così, dopo il monito fermo e determinato con cui Obama ha puntato il dito contro l’intolleranza e la violenza, guardando dritto negli occhi degli oppositori politici, adesso è il giorno dell’unità. A dimostrarlo le immagini dell’arrivo del presidente in Florida: scende dalla scaletta dell’Air Force One seguito da Marco Rubio.

Il senatore repubblicano della Florida ed ex candidato per la nomination repubblicana che contro Obama si è scagliato con vigore durante la sua campagna, ha volato con lui dalla capitale fino al suo Stato. I due hanno parlato, senza dubbio, ma di ciò che in queste ore è l’unico argomento possibile: “Questo è un momento in cui democratici e repubblicani possono dimostrare che, quando negli Stati Uniti d’America una comunità viene attaccata, gli Stati Uniti d’America restano uniti”, commenta la Casa Bianca ribadendo un appello ripetuto più volte da Obama.

E le prime prove di unità sono in corso al Congresso dove, nonostante le posizioni di Donald Trump a riguardo, si intravedono i segnali di un’intesa tra democratici e repubblicani per una stretta sulle armi. La svolta dopo l’intervento fiume di quasi 15 ore del senatore democratico del Connecticut Chris Murphy.

Era già mattina quando si è conclusa la maratona guidata da Murphy e quando il senatore ha reso noto che ci sono adesso i presupposti per una intesa con i repubblicani disposti a votare alcune misure chiave sui controlli, consentendo quindi l’approvazione di emendamenti che prevedono maggiori verifiche sui singoli acquirenti di armi e il divieto di vendita a sospettati di terrorismo.

Intanto continuano le indagini sulle dinamiche dell’attacco al club gay ed emergono altri dettagli su Omar Mateen e sulla strage: secondo quanto si apprende ora, il killer scambiava sms con la moglie durante l’attacco. Non è chiaro tuttavia se la donna fosse consapevole di quanto stesse accadendo. Lo riferisce la Cnn citando fonti.

Mentre emerge in maniera sempre più evidente l’uso intenso che Mateen faceva dei social media, luogo privilegiato dove scatenare tutto il suo odio. “I veri musulmani non accetteranno mai i modi osceni di vita dell’Occidente”, scriveva tra l’altro su alcuni degli almeno cinque profili a lui associati.

Per questo adesso si chiede l’aiuto di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, per assistere gli inquirenti nel tracciare l’attività del killer sul social media.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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